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Era passata da poco la mezzanotte, tra il 25 e il 26 novembre del 2017, quando sull’autostrada A13 che attraversa la campagna ferrarese, a pochi chilometri dal fiume Po, un Ford Transit tamponato da una Volkswagen Golf veniva sbalzato fuori dalla carreggiata terminando la corsa nella scarpata. A bordo del pulmino, omologato per nove persone, erano in dodici, tutti cittadini stranieri. Il bilancio dell’incidente fu pesante: undici feriti e un morto, il conducente, che risiedeva come gli altri nel veronese. Si chiamava Lahmar El Hassan, aveva 62 anni ed era di origine marocchina. Sempre dal Marocco, ma anche dal Senegal e dalla Nigeria, provenivano gli altri trasportati, di età compresa tra i 33 e i 67 anni, che riportarono traumi più o meno gravi.
La vittima e i feriti erano tutti lavoratori precari, persone sfruttate e piegate alle regole del caporalato, che su quel pulmino percorrevano fino a 750 chilometri al giorno per fare la spola tra il Veneto e Codigoro, in Romagna, dove lavoravano in nero con turni massacranti, dietro la promessa di una paga di sette euro l’ora che gran parte di loro non ha mai ricevuto. Tutti meno uno: Ahmed El Alami, marocchino residente a San Bonifacio in provincia di Verona, legale rappresentante della cooperativa agricola Agritalia, già condannato dalla Corte d’appello di Venezia a un anno di reclusione per caporalato, sotto indagine per gli stessi fatti anche a Verona e Ferrara. I successivi approfondimenti hanno indicato in lui l’uomo che reclutava assieme ad altri la mano d’opera irregolare, e quelle undici persone coinvolte nell’incidente erano solo una piccola fetta dell’esercito di 148 lavoratori in nero e 232 irregolari assoldati da tre cooperative per compiere attività in subappalto.
Il sostituto procuratore di Ferrara Andrea Maggioni ha chiesto sei rinvii a giudizio, al termine delle indagini sviluppate dopo quell’incidente, per altrettante persone che debbono rispondere di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Avevano reclutato e utilizzato manodopera straniera approfittando dello stato di bisogno delle persone.
La storia comincia con un appalto gestito da Intercent-ER, l’agenzia per lo sviluppo dei mercati telematici istituita con legge regionale nel 2004. Appalto che prevedeva diverse fasi di lavoro in conseguenza dell’emergenza sanitaria esplosa nel comune di Codigoro, causa un focolaio di influenza aviaria presso un allevamento avicolo nell’ottobre del 2017. Ad aggiudicarsi una delle attività di bonifica è la Cooperativa del Bidente, convenzionata con Intercent, che secondo le richieste di rinvio a giudizio subappalta illecitamente ad altre tre società, senza essere autorizzata a farlo, il lavoro di abbattimento di circa 850mila galline ovaiole, allo scopo di isolare l’influenza aviaria nell’allevamento Eurovo. Le tre cooperative hanno altrettanti rappresentanti legali di origine marocchina, benché operino con sedi nel nord est Italia. Si tratta della Agritalia dell’incidentato Ahmed El Alami, della Work Alliance di Cesena, guidata da Abderrahim El Absy, residente nel vicentino, e della Veneto Service di San Bonifacio il cui rappresentante Lahcen Fanane risiede nel medesimo comune veronese. Nel giro di poche ore queste tre società erano riuscite a reclutare centinaia di lavoratori stranieri privi di qualsiasi formazione specifica, tutti di origine africana, per quel rischioso e delicato lavoro di bonifica sanitaria richiesto dall’Ausl di Ferrara.
L’attività, secondo le indagini della Procura, veniva svolta in totale spregio delle norme, senza efficaci dispositivi di protezione, senza il minimo rispetto dell’orario massimo giornaliero e dei riposi.
Lavoratori che non hanno visto riconosciuta nemmeno la paga oraria concordata con gli amministratori/caporali delle cooperative, la quale a sua volta era di gran lunga inferiore a quanto stabilito dalla contrattazione collettiva e previsto dalla convenzione tra la Regione Emilia Romagna e la Coop del Bidente. Al sindacato è stata inoltre negata la possibilità di esercitare il suo ruolo istituzionale di tutela dei diritti, impedendo la possibilità di qualsiasi relazione con lavoratori, considerati pura merce da trasportare e sfruttare.
Ma c’è di più: presidente e vicepresidente della cooperativa del Bidente, Elisabetta Zanni e Gimmi Ravaglia, entrambi residenti in provincia di Forlì/Cesena, sono accusati anche, assieme ai tre marocchini, di tentata truffa aggravata per aver cercato di lucrare sull’appalto riguardo l’identità del personale impiegato. Avevano presentato, sempre secondo le conclusioni delle indagini, un preventivo di spesa gonfiato, documentato da ore di lavoro mai prestate sul cantiere e da personale non presente o con identità non confermate, per un ammontare complessivo di circa 2 milioni e 200mila euro. Ad accertare i dettagli di questa truffa milionaria sono stati i funzionari della Guardia di Finanza di Codigoro, dell’Ispettorato del Lavoro e dell’Inail di Ferrara. Il raggiro consisteva nel documentare con false certificazioni i lavori eseguiti, indicando personale qualificato e regolarmente assunto al posto della manovalanza africana priva di competenze. Venivano fornite false spiegazioni riguardo l’identità del personale impiegato e controfirmati i documenti delle cooperative sub-appaltanti che assicuravano l’attendibilità e la veridicità dei dati contenuti negli elenchi forniti. Avevano anche cercato di indurre l’Ausl a pagare un preventivo di spesa gonfiato, benché al personale impiegato non venissero versati i contributi previdenziali ed assistenziali. L’evasione previdenziale accertata ammonta ad oltre 530mila euro e l’imponibile assicurativo non dichiarato sfiora i 900mila euro. Una sesta persona indagata è un altro forlivese, Ido Bezzi, dipendente della stessa cooperativa del Bidente.
Il PM Andrea Maggioni, che nella città estense si è già occupato di altre cooperative poco fedeli ai principi cooperativi, nel campo dell’emergenza migranti e nella gestione dei Centri di Accoglienza Straordinaria, ha aggiunto ulteriori aggravanti ai capi di imputazione, per il carico di violenze e di minacce dei caporali nei confronti dei lavoratori, ai quali venivano continuamente prospettati licenziamenti immediati e nessuna remunerazione in caso di mancata obbedienza.
La CGIL di Ferrara si è costituita parte civile nel processo che inizia ora davanti al Giudice per l’Udienza Preliminare Danilo Russo, a Ferrara (prossima udienza il 27 gennaio 2022). Dice una nota congiunta della Camera del Lavoro di Ferrara e della CGIL Emilia Romagna: “Le attività criminali, in particolare nel sistema degli appalti, colpiscono la condizione materiale di lavoratrici e lavoratori e continuano ad inquinare l'economia e la società emiliano romagnola. Questo caso di Ferrara si aggiunge ad altri due processi nei quali la Cgil è parte civile: entrambi sul fenomeno del caporalato e dello sfruttamento lavorativo, nel territorio di Cesena e nel Ravennate. Processi che dimostrano, qualora ce ne fosse ancora bisogno, quanto sia necessaria una reazione eccezionale della nostra società per contrastare i fenomeni malavitosi che continuano a investire il territorio. Quanto è successo a Ferrara suscita sconcerto. È difficile pensare che, nel contesto di una convenzione pubblica per la tutela della salute collettiva, possano così facilmente nascondersi fenomeni di profonda illegalità attraverso il grave sfruttamento di centinaia di lavoratori stranieri. Senza considerare che l’avvio dell’indagine della Procura è stato possibile solo a causa di quell’incidente stradale che ha causato la morte di un cittadino marocchino di 62 anni”.
È Lahmar El Hassan, che non potrà più essere sfruttato, ma solo perché è morto. Il processo di Ferrara, e la reazione eccezionale della società auspicata dalla Cgil, debbono rappresentare un passo avanti. Anche in sua memoria, ma soprattutto per aiutare tutti gli altri, che continuano invece ad essere sfruttati da vivi.

Paolo Bonacini

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