“È indispensabile ragionare intorno a questo problema:
che non appartiene ad una vicenda criminale complessa:
essa è un segmento criminale della storia di questo paese”.
N.Bobbio
di Giuliano Benincasa*
Quanto avvenuto questo ottobre con l’assedio alla sede della CGIL nazionale a Roma da parte di facinorosi neofascisti non è altro che il portato di veleni lontani. Si tratta di una questione relegata per lungo tempo ad un oblio conoscitivo “forzato”, figlio di una narrazione pubblica votata alla lobotomia nell’intento di mistificare le tante vicende che attanagliarono la stagione del piombo italiano. Sicché, prima di stupirsi del coinvolgimento nel raid contro la CGIL di Roberto Fiore e altri vecchi epigoni, occorrerebbe interrogarsi sulla qualità morale di un paese dove -con oltre quarant’anni di ritardo- si sta ancora celebrando il procedimento contro i mandanti della strage di Bologna (2 agosto 1980) e, ancora, su quali siano gli strumenti di indagine a nostra disposizione per rinsaldare gli argini delle conoscenze sul tema. Al contempo, è bene ribadire come nello smisurato campo di relazioni e convergenze che rinsaldarono la deterrenza eversiva della destra extraparlamentare ci si imbatta, tuttora, in falle sistemiche, ovvero in pezzi di storia repubblicana offuscati da un ambiguo rapporto tra verità storica e verità processuale. Una criticità non da poco, verrebbe da dire. Eppure, alla luce della desecretazione (direttiva Prodi 2008; Direttiva Renzi 2014) di tanti atti raccolti negli archivi dei servizi d’intelligence, bisogna riscontare la rinascita di un rinnovato interesse da parte della comunità accademico-intellettuale, spronata anzitempo dalla diffusione di metodi di analisi multidisciplinare propri degli studi nordatlantici sulle organizzazioni criminali. Un interessamento per larghi tratti più prossimo ad un mea culpa che ad una vera chiamata alle armi, frutto della consapevolezza di aver lasciato incolto un terreno i cui frutti odierni sono effige del lavoro svolto dai c.d. corpi intermedi e dalle associazioni, ovvero da uno spaccato sociale erettosi -per l’ennesima volta- ad agente promotore di una grande battaglia di dignità umana.
Esaurita una necessaria ma alquanto doverosa premessa, occorre ritornare all’istantanea dei disordini romani per carpire l’onnipresenza di un fil noir trasversale a tutte le fasi politiche post repubblicane. Malgrado ciò, sarebbe erroneo continuare ad interpretare lo stesso quale entità a sé stante, rinchiusa nel ricordo nostalgico della Repubblica Sociale. E così che, seguendo il monito dello storico partigiano March Bloch, nell’interrogare le fonti si riscopre l’essenza altamente globalizzata e dinamica del neofascismo italiano, primo sponsor di un processo di democratizzazione della violenza personificato nello stereotipo di un fiume carsico originante in una terra di mezzo. Questo luogo di incontro, metafora di un ibrido connubio tra i due più grandi patrocinatori della tensione sociale (mafie e terrorismi politici), ha vissuto stagioni importanti all’ombra della frattura innestatasi tra democrazia e segreto (N.Bobbio), fino a rendere sempre più evidente l’esistenza di un radicato federalismo sovversivo che trovava i natali nella crisi delle rappresentanze missine di fine anni ’60. Riavvolgendo la pellicola degli eventi incardinati nella strategia della tensione scopriamo, allora, una pressoché speculare interlocuzione tra sigle della costellazione eversiva e cartelli criminali. Un primo momento di congiunzione può essere identificato nella sommossa reggina del Luglio ’70 preceduta, coerentemente con quanto emerso dagli archivi calabresi, dalla presunta partecipazione al Summit ‘Ndranghetista di Montalto (ottobre 1969) dell’establishment terroristico (Delle Chiaie, Zerbi, Concutelli) vicino al Fronte Nazionale di V.J. Borghese. Ma come detto in apertura, ove la narrazione storica resti spesso ostaggio di un’artificiosa matrice complottista, rimane pur vivo l’assunto aristotelico secondo cui la verità alberghi spesso nel mezzo (in medio stat virtus). In tal senso, alla luce di una ricognizione giudiziaria polarizzata unicamente sull’imputabilità delle cosche accorse alla riunione, dalle maglie del dibattimento istruito nel 1972 presso il tribunale di Locri affiorano “eccedenze” (B.Tobagi) succubi del grande gioco delle parti processuali. Il tema investe elementi probatori ritenuti irrilevanti rispetto alla questio iuris del procedimento i quali, tuttavia, possono potenzialmente alimentare riletture critiche di fatti ed eventi inquadrati al tempo come sconnessi tra loro. È esattamente quanto avvenuto per i legami tra mafie e terrorismi, spogliati del loro individualismo endoprocessuale per convergere nell’idea di un campo organizzativo “largo”, e coinvolti in prima battuta nel supportare la crociata golpista di Borghese, salvo poi essere eterodiretti, nell’intento di garantire continuità alla strategia della tensione, da una cabina di regia occulta che ne ha addirittura regolamentato l’interazione. Non meraviglia, pertanto, la scoperta di un sommerso celato dietro a tappe significative della storia del Mezzogiorno d’Italia. Nei moti di Reggio Calabria, ad esempio, si annidarono i vagiti di due progetti all’occorrenza convergenti. Mentre da un lato le missive redatte dalle Questure calabresi riscontrano sin dalla primavera ‘67 la presenza di Ordinovisti e Avanguardisti impegnati nella campagna proselitica del Fronte Nazionale, parimenti, le dinamiche di transizione generazionale interne alla ‘Ndrangheta costruirono un’area di convergenza tra la cosca De Stefano, emergente nella faida intestina alla vecchia mala agropastorale dei Tripodo/Macrì, e i pezzi di classe dirigente avanguardista attivi nell’insurrezione reggina. Il tutto fu propiziato dalle contaminazioni avute luogo presso l’Università di Messina, vera fucina di politiche eversive transnazionali condotta sotto l’egida delle élite baronali, del sacerdote africota Don Stilo e della stazione europea dell’Esesi, la Lega degli studenti Greci in Italia.
Il coinvolgimento dei cartelli mafiosi della Sicilia Orientale, coadiuvati dalla migrazione di gruppi calabri nell’enclave peloritana, non fu un caso sporadico. Esso rappresentò il prosieguo della vocazione bipartisan del simbionte eversivo, inabissatosi a ridosso del decreto ministeriale di scioglimento di Ordine Nuovo e della Strage di Piazza della Loggia, per poi riemergere con la stagione dei sequestri di persona. Definiti dalla storiografia contemporanea quale massima espressione della violenza intesa come risorsa politica e di contrattazione sociale, i sequestri furono allo stesso tempo fonte di accumulazione economica e amalgama del capitale sociale (R.Sciarrone) occulto. Attraverso la creazione di batterie criminali miste, terroristi e mafiosi falcidiarono il paese con una strategicità senza precedenti. Così, la filiera dei rapimenti venne scorporata alla stregua di un subappalto, portando ad un livello successivo la contaminazione già in atto tra i due agenti eversivi. Il dualismo tra san babilini e banda Vallanzasca, tra marsigliesi e ordine nero, così come il mutuo soccorso e le latitanze comuni tra ‘ndranghetisti ed epigoni dello stragismo nero (storica quella tra Freda e De Stefano), sarà solo il prologo di un fenomeno ben visibile qualche mese dopo quando, compiuta la transizione tra terrorismo filo atlantista e spontaneismo armato (Nar, Terza Posizione, Costruiamo l’azione), sarà travalicata la linea di demarcazione a cavallo dei due universi rendendo prassi comune l’assestamento di una classe criminale dalla duplice appartenenza. Il punto non è di poco conto in quanto assurge ad antesignano di manifestazioni a cui ancora oggi la Magistratura cerca di fornire risposta. Non è un caso che il procedimento penale per i mandanti dell’eccidio di Bologna veda sul banco dell’imputati un personaggio simbolo di questo ibrido connubio, quel Paolo Bellini nato dal ventre insurrezionalista di Avanguardia Nazionale, e reinventatosi killer al soldo della cosca Vasapollo/Ruggiero. Come lui tanti ancora. Basti citare l’artificiere di Capaci Pietro Rampulla, ordinovista di primo pelo e poi leader della famiglia mafiosa di Mistretta. O Rosario Pio Cattafi, leader neofascista dei movimenti studenteschi dell’ateneo messinese e coinvolto nell’inchiesta Sistemi Criminali per via del suo ruolo di trait d’union tra massoneria deviata e cosche sicule. Per concludere con il rais del “Mondo di Mezzo” Massimo Carminati, espressione di un rivolo di potere che su Roma ha preservato signorie criminali ereditate oltre un trentennio fa e raccontate con brillante prospettiva in un’informativa di polizia (ottobre 1975) sulla famigerata riunione al Fungo, storico acquedotto romano della zona Eur. A quel summit parteciparono i gotha del crimine nostrano: dagli arcoti Paolo De Stefano e Pasquale Condello, a Don Peppe Piromalli, passando per i romanissimi Gianfranco Urbani e Manlio Vitale. Ambasciatori di passaggio si sarebbe detto. Eppure, i segnali non convinsero tanti intellettuali del tempo, schierati in una contestazione senza eguali. Ne fu capofila l’ex sindacalista Pio la Torre, convito che dietro gli esecutori materiali dei delitti eccellenti di Reina e Mattarella si celasse un “terrorismo mafioso” i cui prodromi erano ravvisabili proprio volgendo lo sguardo in terra romana. Il rinvenimento presso il Ministero della Sanità di un deposito condiviso di armi tra maglianesi e Nuclei Armati Rivoluzionari (marzo 1981), e l’utilizzo di armamenti trafugati da esso per inscenare il tentato depistaggio nelle indagini sulla strage del 2 agosto, furono tappe di un percorso ermeneutico che riletto in chiave moderna da la cifra dello spessore culturale insito in quella classe dirigente.
La funzione supplente esercitata dai corpi intermedi e dalla Magistratura pagò comunque un prezzo elevato. La recrudescenza messa in scena dall’asse del caos (Cohen-Macrì) ebbe modo di rallentare il processo di identificazione e codifica del blocco eversivo, disvelando tutte le fragilità di un sistema politico che da li a poco sarebbe ripiegato su sé stesso con Tangentopoli. Non fece in tempo neppure il Giudice Giovanni Falcone, espostosi in un convegno a Courmayeur nell’aprile 1986 nella lungimirante definizione di “ibrido connubio”. A rileggere oggi tale dissertazione vengono i brividi, segnatamente ad un eccidio, quello di Capaci, la cui fattura rievoca la barbarie stragista delle bombe di Milano (1969), Brescia (1974) e Bologna (1980).
E allora, esaurito questo tortuoso excursus, possono scorgersi i motivi del criminale attacco alla sede nazionale di Corso d’Italia. In una democrazia parlamentare afflitta da una crisi strutturale lo sdoganamento dei neofascismi, così come la sua storica miscellanea con pezzi di criminalità comune, è la naturale conseguenza di un tentativo di condizionamento delle libertà costituzionalmente garantite, da sempre antitetiche a questo federalismo sovversivo. Torna, dunque, calzante la narrazione pasoliniana di un paese gattopardesco in cui tutto cambia per restare esattamente com’è e, dati alla mano, l’aggressione ai corpi intermedi rappresenta una costante dall’arcaismo di Portella della Ginestra ai giorni nostri.
In conclusione, gli strumenti a nostra disposizione devono volgere alla costruzione di oasi di aggregazione dei saperi ricordando, come diceva Norberto Bobbio, quanto sia indispensabile ragionare intorno a questo problema: che non appartiene ad una vicenda criminale complessa bensì è essa stessa un segmento criminale della storia di questo paese.
*Laureato in giurisprudenza, ha conseguito il Master di II Livello "Pio La Torre" in gestione e riutilizzo dei beni sequestrati e confiscati. Attualmente svolge il dottorato in studi sulla criminalità organizzata incardinato presso l'Università degli Studi di Milano. Dal 2016 è cultore della materia presso la cattedra di Mafie e Antimafia dell'Alma Mater Studiorum- Università di Bologna (docente titolare Prof.ssa Stefania Pellegrini). È autore di due saggi editi per Castelvecchi Editore: Qui la mafia non esiste (2017) e Mala Capitale. Cosa resta della più grande inchiesta alla malavita capitolina (2021).
