13 milioni di euro di false fatture, emesse da otto società in mano a uomini accusati di appartenere alla ‘ndrangheta emiliana. Sfornavano le cosiddette Foi: fatture per operazioni inesistenti, al ritmo di 10.840 euro al giorno di media, domeniche e festività comprese, a beneficio di 372 diverse società, o persone fisiche, riceventi. Tutti ci guadagnavano, come ben ci hanno spiegato le motivazioni della sentenza di Aemilia: “L’illecito profitto consisteva, per la società beneficiaria, nell’ammontare dell’IVA a credito e, per gli imputati, nelle percentuali di guadagno… quantificabile in circa il 6/7 % dell’importo della fattura finale”.
La novità di questi 13 milioni è però che sono “freschi”: non stiamo parlando di vecchie operazioni della cosca precedenti agli arresti del 2015 ma di movimentazioni illecite costruite e portate a segno in tempi molto più recenti, tra l’aprile del 2018 e il marzo del 2021. False fatture che, secondo le indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, hanno consentito a quell’esercito di 372 società e persone di abbattere le tasse sugli utili e di sottrarre all’erario oltre 2 milioni di Iva: per la precisione 2.057.473 euro.
Il tutto emerge dagli atti di Perseverance, l’ultima operazione antimafia coordinata dalla DDA di Bologna approdata a processo, che ha visto concludersi l’udienza preliminare nell’aula bunker del carcere della Dozza, davanti al giudice Claudio Paris, il 9 febbraio scorso. Dei 47 indagati 24 hanno scelto il rito abbreviato che inizierà il 20 aprile sempre a Bologna, 14 hanno patteggiato la pena e 9 andranno a giudizio a Reggio Emilia, cuore delle attività illecite, a partire dal 6 maggio prossimo.
Perseverance è una indagine piuttosto complessa, che raduna diversi filoni sui quali hanno operato le varie forze di polizia. Ci sono le ormai consuete intestazioni fittizie di quote societarie, a cui secondo l’accusa ricorrevano i fratelli Sarcone (Nicolino, Ginaluigi, Carmine, Grande Giuseppe e Giuseppina) per eludere le misure di prevenzione patrimoniale. Ci sono diverse armi illecite, sempre pronte alla bisogna, di cui debbono rispondere in quattro (Domenico Cordua, Giuseppe Friyio, Salvatore Procopio, Cesare Muto). Ci sono reati commessi durante lo svolgimento del processo Aemilia: dallo sfregio al volto di Gabriele Valerioti, una ferita lunga 12 centimetri, rimediata nel carcere di Reggio Emilia (imputati Gianni e Antonio Florovito), alle false testimonianze in aula davanti alla Corte (Gaetano Calabretta, Domenico Sestito, Francesco Curcio). Poi vicende di caporalato in Belgio già indagate nel processo Grimilde (Mario Timpano); le regalie ai poliziotti collusi Antonio Cianflone e Francesco Matacera, della Squadra Mobile di Catanzaro (Palmo e Giuseppe Vertinelli, Giuseppe Giglio); una guerra di muscoli tra la cosca Sarcone e i rivali Farao Marincola che registra un incontro da Far West, con Grande Giuseppe Sarcone e Vincenzo Fustilla, uomo dei Farao, entrambi armati di pistole pronte a sparare, in un bar di Fidenza nel febbraio 2020 (ne abbiamo parlato nell’articolo titolato: “Perseverare è diabolico”).
C’è altro ancora che verrà dibattuto al processo, ma i dettagli sulle false fatturazioni sono fondamentali per comprendere lo stato di salute della cosca nel 2020/2021, quando già da diversi anni tutti i capi storici erano dietro le sbarre.
Delle otto società incriminate cinque erano in mano a Salvatore Muto, nato nel 1985 e residente a Reggio Emilia. Dice la richiesta di rinvio a giudizio che dopo l’arresto dei suoi fratelli Antonio e Luigi (entrambi già condannati in Aemilia), membri della potente famiglia dei cosiddetti Pipini, era lui ad assicurare “tramite la sua partecipazione ai colloqui in carcere, contatti e scambi di informazioni tra esponenti della cosca detenuti ed esponenti in libertà”. Non si occupava solo di finanze ma accettava anche “incarichi per spedizioni punitive” e compiva “azioni estorsive di recupero crediti” per le quali si faceva pagare “prima di commettere l’azione intimidatoria o violenta”.
Circa i due terzi dei 13 milioni di false fatture portate alla luce da Perseverance sono stati emessi da queste cinque società controllate da Muto: BTM Service, Daara, Penta System, Emil Sistem, Ellepi.Z Tecnology. Tutte srl o srl semplificate, nelle quali risultano come amministratori di fatto (e imputati al processo) anche Pietro Arabia, Domenico Pilato, Giuseppe Salerno e Rosario Lopez Errico.
Le altre tre società, responsabili dei restanti 4,5 milioni di euro di false fatture, erano in mano a Domenico Squillacioti (A&V srl), Domenico Cordua (CD System srls), Rosario Falbo (FBR Impianti srls).
Tutte queste società hanno avuto una vita molto breve, al massimo due anni. Il record delle operazioni illecite lo detiene la Ellepi.Z Tecnology, che in soli dieci mesi, tra il 31 gennaio e il 25 novembre 2019, ha emesso fatture false per 3,5 milioni di euro.
Le fatture, presumibilmente a migliaia, escono dunque dalle otto società “cartiere” della ‘ndrangheta in questi tre anni indagati da Perseverance; ma a chi arrivano? Scorrendo l’elenco di quei 372 diversi destinatari, sia società che persone fisiche, con i quali Salvatore Muto & C. hanno condiviso il guadagno (derivante sostanzialmente dal fregare lo Stato), le sorprese non mancano.
Al netto dello scambio di fatture interno tra le società incriminate (ad esempio l’Emil Sistem che fattura 138mila euro alla Daara), il database complessivo ci mostra dodici società che ricevono più di 100mila euro di fatture false a testa. Sopra i 200mila euro anche una società sportiva dilettantistica. Il record assoluto è di 1,7 milioni di euro fatturati complessivamente ad una sola impresa. In generale la lista contiene molte aziende che paiono operare (dai nomi) nel settore delle costruzioni e un buon numero di queste è riconducibile al suo titolare. Diverse fatture sono poi intestate a persone fisiche, equamente divise tra cittadini di origine straniera e italiani. Diverse fatture emesse da tre società di Salvatore Muto sono andate ad una cooperativa sociale che si occupa di accoglienza. Ma il nome più curioso tra i soggetti che ricevono false fatture è quello del “Dipartimento europeo per il controllo degli illeciti bancari” che risulta avere pagato complessivamente 33.647 euro di fatture emesse dalle società indagate.
Nel rito abbreviato di Bologna e nel dibattimento di Reggio Emilia si entrerà nel dettaglio di questa imponente falsa (per l’accusa) fatturazione e sapremo di più sull’universo delle società e delle persone disponibili nei nostri territori a stringere accordi con le società di Salvatore Muto e dei suoi amici. Dice la DDA che il profitto del reato (di falsa fatturazione) era “prevalentemente spartito tra gli associati, anche detenuti”. E per associati dobbiamo intendere “associati alla ‘ndrangheta”. Ma aggiunge pure, sempre la DDA, che con questa attività “si moltiplicava la percezione e la consapevolezza da parte degli associati di potersi avvalere della collaborazione dell’imprenditoria locale”. È lo stesso concetto ribadito ad inizio 2022, all’apertura dell’anno giudiziario, dalla procuratrice generale reggente di Bologna, Lucia Musti, che la ‘ndrangheta emiliana la conosce bene avendo rappresentato l’accusa nei processi d’appello di Aemilia e Aemilia ’92: “Dobbiamo evidenziare che all'iniziale infiltrazione delle mafie nella nostra regione è succeduto l'insediamento, fino all'attuale radicamento. È evidente che non è più questione di presenza di mafiosi, di diffusione di mentalità, ma piuttosto di condivisione del metodo mafioso anche da parte di taluni cittadini emiliano-romagnoli, imprenditori, cosiddetti colletti bianchi, ovverosia professionisti, i quali hanno deciso che fare affari con la 'ndrangheta è utile e comodo”.
Non a tutti è piaciuta questa affermazione della dott.ssa Musti, ma possiamo trovarne una assai simile pronunciata non da una pubblica accusa, bensì da un collegio giudicante, quello di Aemilia. Dice la sentenza di Reggio Emilia del 31 ottobre 2018: “Il campo elettivo di azione illecita (della cosca di ‘ndrangheta) è rappresentato dalla falsa fatturazione che, superata la sua consolidata funzione di copertura di attività estorsiva, è divenuta, essa stessa, un vero e proprio business criminale. Ora sono gli imprenditori, non più vittime, a chiedere la fattura, per il loro vantaggio illecito. Pagano il prezzo del servizio per aumentare il proprio credito, abbattere l’imponibile o accrescere il giro d’affari”.
Il processo Perseverance ci dirà qualcosa di più sul “chi e quanti” hanno cercato questo “vantaggio illecito”, facendo affari “utili e comodi” con i Muto e i Sarcone tra il 2019 e il 2021.
Paolo Bonacini
