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È quasi una story degna di un romanzo di Le Carré, la vita di Massimo Colosimo, nato a Cropani (Catanzaro) 44 anni fa.
Era stato arrestato dalla Squadra Mobile a novembre del 2016, nell’ambito della operazione antimafia che colpiva esponenti di vertice della cosca Trapasso, famiglia di San Leonardo di Cutro insediata sul territorio di confine tra le province di Catanzaro e di Crotone. Da qui il nome Borderland dell'inchiesta, che nel luglio 2018 spinse il Consiglio dei Ministri a deliberare lo scioglimento per infiltrazione mafiosa del Consiglio Comunale di Cropani. Il vicesindaco del Comune venne arrestato per le presunte infiltrazioni del clan mafioso nelle elezioni amministrative del 2014.
Nel mese di luglio 2019, al processo che indaga gli affari della ‘ndrangheta nella gestione del parco eolico Wind Farm di Isola Capo Rizzuto, uno dei più grandi d’Europa, la sentenza del rito abbreviato venne rinviata perché a sorpresa il pubblico ministero Domenico Guarascio annunciò che c’era un nuovo collaboratore di giustizia e chiese che venissero acquisiti i verbali dei suoi interrogatori. Si tratta di Massimo Colosimo, che aveva tante cose da dire sulla famiglia Grande Aracri coinvolta in quell’enorme affare.
Due anni dopo, siamo ad aprile 2021, anche al processo Stige (appello abbreviato contro la cosca Farao Marincola) il PM Guarascio chiede di ascoltare in aula Massimo Colosimo, che conosce per esperienza diretta i legami tra le famiglie mafiose di Cirò Marina e le attività sviluppate al nord, in particolare dall’imprenditore Franco Gigliotti, uomo di spicco aderente alla Confindustria di Parma. La Corte d’Appello di Catanzaro rigettò la richiesta.
Passa un altro anno e all’inizio di marzo 2022 Massimo Colosimo viene definitivamente condannato dalla Corte di Cassazione, assieme ad altri 22 imputati, al termine del processo Borderland. Per lui sono otto anni di carcere. Pena più pesante, 11 anni e 4 mesi, per il suo amico Rosario Falsetti, cugino di Giovanni Trapasso e referente per la cosca a Reggio Emilia dove risiede. È già stato coinvolto nel processo Aemilia con una condanna a 8 anni in primo grado annullata poi in appello.
La storia di Massimo Colosimo si avvicina passo dopo passo all’Emilia Romagna e ci atterra definitivamente il 25 marzo 2022, pochi giorni fa, quando il “pentito” spunta a sorpresa in videoconferenza nell’aula della Corte d’Assise a Reggio Emilia. Lo ha chiamato a testimoniare nel dibattimento del processo Grimilde (a Bologna è partito in contemporanea l’appello del rito abbreviato) il PM Beatrice Ronchi, che gli chiede conto delle sue relazioni con gli esponenti della cosca Grande Aracri attualmente imputati.
Perché è importante Massimo Colosimo per la DDA di Bologna? Semplicemente perché lui ha vissuto qui in Emilia Romagna per tanti anni, prima dell’arresto, e conosce benissimo, essendone stato tra i protagonisti, uomini e attività di ‘ndrangheta nella “borderland” del nord: la terra di confine tra Parma e Reggio Emilia.
Non è un muro di Berlino il fiume Enza che divide le due province e gli uomini della ‘ndrangheta scorrazzano tranquillamente di qua e di là dalle sue sponde, facendo affari. Ce n’è per tutti e le Famiglie lavorano in armonia, almeno fino a quando qualcuno non rispetta la scala gerarchica, che anche dopo gli arresti di Aemilia del 2015 riconosce ai Grande Aracri e ai loro capi/amici emiliani una indiscussa autorevolezza che solo gli stolti si attentano a mettere in discussione.
Colosimo parla con un accento calabrese molto attenuato, come l’altro collaboratore Antonio Valerio al quale assomiglia nelle riprese di spalle proiettate in aula. E come Valerio conosce il significato di termini particolari quali “i traggiri”, cioè le chiacchiere e le azioni che mirano a creare scintille capaci poi di sfociare in sanguinose rese dei conti. Vittima di un traggiro, che si può scomporre in “tragico raggiro”, fu ad esempio Nicola Vasapollo quando aprì la porta di casa sua nel 1992 a Nicolino Sarcone che bussava, convinto di ricevere un amico, e invece si trovò di fronte le armi del commando che lo ammazzò. Per colpa di un altro traggiro, dice Colosimo nell’aula di Reggio Emilia, il suo socio in affari (affari di ‘ndrangheta) Antonio Belcore, che con lui gestiva diverse società prosciugate agli emiliani, alza la voce in quel di Parma vantandosi di appartenere ai Trapasso, che non debbono chiedere permesso a nessuno, men che meno ai Grande Aracri.
“Allora mi manda a chiamare il figlio di Francesco Grande Aracri che vive a Brescello, Salvatore detto ‘u calamaru’…” racconta Colosimo durante l’udienza “… e mi dice: ma stu cretino che vuole? Che adesso lo prendo e lo picchio”.
Massimo Colosimo non è un qualsiasi manovale della ‘ndrangheta e la cosca di cui porta la giacca non è una squadretta di serie B. I Trapasso al sud sono legati storicamente agli Arena e ai Tropea, ai Mannolo e ai Grande Aracri. E Colosimo era trattato come un figlio dal boss Giovanni Trapasso, come un fratello dagli altri uomini della famiglia Tommaso e Leonardo: “Mi hanno battezzato i miei bambini e stavamo sempre insieme”, racconta in aula.
Per questo la sua risposta a Salvatore Grande Aracri di Brescello è significativa. Perché Massimo conosce la storia e la rispetta: “Salvato’” dice “non è che adesso tra di noi dobbiamo metterci a fare la guerra. Che problema c’è? Lo chiamiamo e lo chiariamo il problema, sennò gli dai uno schiaffo e finisce qua. O sennò glielo do io. Salvato’, se vuoi che ti tolgo la soddisfazione, te la tolgo io la soddisfazione. Gli do io due schiaffi, o mi dici tu quello che devo fare e lo faccio io... visto che c’è rispetto reciproco”.
Aggiunge a beneficio dei giudici di Reggio Emilia: “I Trapasso devono dare conto a Nicolino Grande Aracri, perché lui c’aveva il crimine”, cioè un grado più elevato nella ‘ndrangheta.
Colosimo inizia il suo iter criminale con i Trapasso nel 2011, gestendo aziende a Reggio Emilia, Parma, in Lombardia e in Veneto: “Io abitavo a Parma, risiedevo a Parma, che è la base principale. Ho avuto il ruolo di gestire aziende, ho sottratto ad altre aziende soldi, materiali e macchinari. Ho trafficato armi, ho partecipato ad estorsioni”.
Al suo fianco oltre a Falsetti c’erano tanti altri uomini di ‘ndrangheta già noti alle cronache processuali e Colosimo mostra di ben conoscere gradi e responsabilità geografiche: “Sono stato seduto al tavolo con esponenti di rilievo della cosca Farao-Marincola. Noi viaggiavamo a Parma con Franco Gigliotti e con me ha operato Aldo Cataldo. C’erano i Bonaccio di Salsomaggiore, poi Francesco Lamanna che comandava a Cremona, poi i fratelli Nicolino, Gianluigi e Carmine che li ha messi Nicola Grande Aracri come capi a Reggio Emilia. Alfonso Diletto era su Parma, Michele Bolognino era su Montecchio. Chi c’era più? I Muto nel mantovano, e Turrà a Reggio Emilia, poi Brescia e gli Amato… C’è Claudio Bologna, che è sempre un appartenente alla famiglia, vicino a Francesco Grande Aracri, anche se non formalmente affiliato… Perché l’affiliazione non è più come una volta, che bisognava affiliarsi per fare parte della ‘ndrangheta.”
Lo stesso concetto più volte ribadito nell’aula di Aemilia dall’altro collaboratore Antonio Valerio. Perché la ‘ndrangheta moderna guarda prima di tutto agli affari e ai guadagni: i riti di un tempo vengono dopo. Di affari e guadagni ai Trapasso e alle famiglie amiche in Emilia Romagna Massimo Colosimo ne ha portati tanti, stando alle sue dichiarazioni in aula: “Centinaia di migliaia di euro. Nell’ultimo periodo ho versato 3 o 4 milioni. 300mila una volta, 200 l’altra, 800 l’altra ancora. Ero quello che portavo i proventi nelle casse della cosca, che a loro volta ‘sti soldi li usavano per pagare gli affiliati, i carcerati, per la droga, per le armi e per il resto”.
È un “resto” che il “pentito” Colosimo racconta con dovizia di dettagli, durante le ore della sua deposizione, svelando elementi ancora fino ad oggi ignoti di importanti vicende indagate dai processi Aemilia e Grimilde. Come l’incontro tra i due capi Michele Bolognino e Rocco Femia, il “re delle slot”, al quale partecipa lo stesso Colosimo, o come il ruolo rivestito dall’ex presidente del consiglio comunale di Piacenza Giuseppe Caruso, che ora sta contestando in appello i 20 anni di galera a lui inflitti dal giudice del primo grado. O, ancora, come e perché i Grande Aracri di Brescello sono dovuti uscire allo scoperto, dopo gli arresti del gennaio 2015, per prendere in mano le redini del gioco quando Aemilia segò le gambe al comando delle attività in regione.
Ne parleremo nella prossima puntata, con la seconda parte della deposizione di Massimo Colosimo che oggi teme per l’incolumità dei suoi stretti famigliari residenti in Emilia Romagna, non ancora sotto protezione. Ha anche seri problemi di vista, il collaboratore. Ma la memoria pare funzionare bene.

Paolo Bonacini
 

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