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Storie di caporalato, di false promesse, di menzogne e di sfruttamento delle condizioni di bisogno delle persone.
Tornano di attualità a Reggio Emilia, lunedì 16 maggio, grazie ai testimoni chiamati dal PM Beatrice Ronchi nell’ennesima udienza del processo Grimilde che indaga le attività mafiose della famiglia Grande Aracri di Brescello, con 16 imputati che hanno scelto il dibattimento. A fianco di queste storie tornano di attualità anche il condizionamento psicologico, lo stato di sottomissione e di assoggettamento, o più semplicemente la paura, che spingono ad accettare anche ciò che non è accettabile. A non denunciare ciò che va denunciato. A non ricordare ciò che è impossibile dimenticare.
Della manciata di lavoratori che Francesco e Salvatore Grande Aracri (condannato a 20 anni nel rito abbreviato) mandarono a lavorare in Belgio, nella primavera del 2017, alla costruzione di palazzine per conto di una impresa albanese, abbiamo già parlato più volte. Ma sentirli in aula, questi muratori e carpentieri “reclutati approfittando del loro stato di bisogno”, come dice il capo di imputazione che richiama l’art. 603 del codice penale, è cosa diverse che leggere la storia sulla carta. Del reato sono imputati in concorso anche Mario Timpano, nato in provincia di Catanzaro e residente in Belgio, e Davide Gaspari, nato in Germania e residente a Viadana. Anche Gaspari è già stato condannato nel rito abbreviato che arriva ora all’appello (due anni di reclusione).
Il primo a parlare è Francesco Sciano, che il concetto di “stato di bisogno” lo declina con parole semplici: “Nel 2016 non avevo lavorato e quando mi hanno chiamato ero disoccupato. Basta che mi dai un lavoro, io vado a lavorare. Chiedo solo di poter lavorare onestamente”. Il concetto “lavorare onestamente” ognuno lo interpreta alla propria maniera. In un recente incontro a Forlì sul tema delle mafie in regione il magistrato Carlo Sorgi, prima sostituto procuratore e poi giudice del lavoro presso il Tribunale di Bologna, ha spiegato in maniera molto convincente che basterebbe applicare l’art. 36 della Costituzione, secondo il quale “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del proprio lavoro, e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite.” È un articolo, dice Sorgi, che molti hanno dimenticato in Italia, unico paese europeo secondo il 55° rapporto Censis in cui i salari sono diminuiti negli ultimi 30 anni. E quella “retribuzione sufficiente per assicurare alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” è sempre più spesso roba da fantascienza. Figuriamoci allora se a gestire il rapporto di lavoro sono personaggi legati alla ‘ndrangheta. Che i Grande Aracri non fossero stinchi di santo anche Francesco Sciano lo immaginava: “Dopo gli arresti…” dice riferendosi forse ad Aemilia, ad Edilpiovra, “…fai fatica a non sapere chi sono.” Ma ciò non gli impedisce di accettare quella proposta di lavoro in Belgio, anche senza contratto scritto. Anche senza certezze.
Davide Gaspari, quello che “comandava, ma con le direttive di Salvatore e Francesco Grande Aracri”, gli aveva promesso 2500 euro al mese, pagamenti quindicinali, regolare busta paga, vitto e alloggio gratuiti. Dopo aver lavorato 100 ore, da fine aprile al 20 di maggio, Sciano si rende però conto che nessuna di quelle promesse si realizza. Intascherà solamente 575 euro in contanti senza busta paga, senza indennità, senza contributi, pagandosi da solo il vitto: “un panino a mezzogiorno”, racconta. E quando chiede conto a Gaspari, nella sua casa di Viadana, viene preso a schiaffi, minacciato, costretto a fare ricorso al pronto soccorso di Guastalla.
“Non ha sporto denuncia?” È la domanda naturale e logica del PM.
“Non volevo e non potevo spendere altri soldi per recuperarne pochi. Ho fatto finta di averli devoluti in beneficienza”.
Le storie di abusi e soprusi finiscono spesso così, con la parte non detta, forse per vergogna, della paura che spinge ad evitare lo scontro con persone che si immagina prive di scrupoli e disposte a tutto pur di imporre le proprie regole.
Un altro dei lavoratori reclutati per i cantieri in Belgio è il tunisino Samir Baharini, al quale Salvatore Grande Aracri promette, non con un contratto ma con un “contatto” (cioè a voce) 12 euro l’ora e paga ogni 15 giorni. Dopo una settimana di lavoro Samir racconta di avere litigato con il padre di Salvatore, Francesco Grande Aracri. Perché si lavorava 10 o 12 ore, perché non si facevano i lavori corretti, perché pranzo e cena doveva pagarseli lui contrariamente agli accordi, perché vivevano in 9 e poi in 12 in un appartamento con due camere e un bagno e lui era costretto a dormire in cucina. Alla fine Samir mette in tasca solamente 250 euro e dice di non avere insistito per ottenere quanto dovuto perché aveva paura di Salvatore e della sua famiglia; temeva ripercussioni. Lo supplicava in uno stentato italiano: “Salvatori, per favori, mi serve soldi per la mia famiglia”.
La disperazione. Alla quale fa da contraltare la protervia criminale della semplice frase che il padre di Salvatore, Francesco Grande Aracri, pronuncia al telefono con Davide Gaspari: “Ohi, dà! Ma tu pensi che sto gioco lo facciamo per fare mangiare gli operai?”
Un altro testimone di Grimilde del 16 maggio 2022 è Franco Conte, che riesce ad essere vittima almeno tre volte della ‘ndrangheta brescellese. La prima quando gestisce assieme alla moglie una birreria/locanda alla periferia del paese, sulla strada che porta a Coenzo oltre il fiume Enza, a metà degli anni Novanta. Un giorno si accorge di un furto dalla cassa di 11 milioni di lire, mai più ritrovati. E qualche giorno dopo ha la bella sorpresa di una ghirlanda da morto attaccata alla porta del locale quando va per aprire. “L’ho vista come una minaccia” ammette, “come a dire che dovevo pagare se volevo andare avanti”. Un’altra ghirlanda simile alla sua, dice, l’avevano trovata sempre lì a Brescello sul cofano dell’auto del cognato di Giuseppe Ruggiero, quello ucciso dal commando dei finti carabinieri nel 1992. “Possiamo immaginare…” dice Conte lasciando spesso le frasi sospese “In quegli anni le acque erano calde a Brescello dopo l’omicidio... Allora ho pensato di vendere il locale e di andare via”.
Via da Brescello, ma non via dai Grande Aracri, dai quali subisce il secondo affronto quando accetta nel 1999 di lavorare per conto della società Euro Grande a pitturare due palazzine in provincia di Parma. Per quell’intervento il titolare Francesco Grande Aracri era stato pagato 188 milioni, con un margine molto alto visto che almeno 12 milioni dovuti a Conte non li paga, contestandogli la metratura del lavoro finito, nonostante una perizia dicesse il contrario.
Anche quei soldi Franco Conte li dà per persi: “Le voci giravano. C’era paura. Chiudiamo la pratica, perché è brutta gente…” sono altre frasi di spiegazione, forse di giustificazione, da lui pronunciate in aula.
Poi c’è la terza storia, quella più pesante, perché è la storia di suo figlio. Manuel Conte è cresciuto a Brescello a fianco di Paolo Grande Aracri e ne è diventato grande amico. Tanto che oggi, entrambi trentenni, i due condividono anche la condizione di imputati nel processo Grimilde. Paolo ha scelto il rito ordinario e verrà giudicato dalla Corte di Reggio Emilia, mentre Manuel Conte è già stato condannato in primo grado nell’abbreviato di Bologna a 4 anni e due mesi per diversi reati, aggravati dall’agevolazione mafiosa. Manuel è considerato persona capace di atti violenti, che aveva svolto un ruolo attivo, con minacce e umiliazioni, nel costringere il titolare del bar “Da Max”, in centro a Parma, a cedere il locale a un prestanome per conto dei Grande Aracri. Quel titolare, che si chiama Massimo, ha trovato in seguito la forza di denunciare e raccontare l’accaduto alla Polizia, ed è venuto a deporre anche al processo di Reggio Emilia. Dice tra l’altro: “Manuel era sempre molto violento, faceva minacce di non darmi i soldi promessi per il bar e mi perseguitava. A volte prendeva la mia autovettura e girava per le zone a traffico limitato prendendo multe che io ho poi dovuto pagare; un'altra volta, con la sua auto già ammaccata, urtò la mia per poterla riparare con spese a carico della mia assicurazione”.
Il padre di Manuel, Franco Conte, dice in aula che prima di questa vicenda l’amicizia tra suo figlio e Paolo Grande Aracri gli pareva nella normalità: “Paolo non aveva ricevuto denunce, dunque pensavo fosse una persona corretta”. Quando però si rende conto che la faccenda degenera, rimprovera il figlio per avere preso la cosa alla leggera e gli dice, lasciando presagire un destino amaro: “Continua ad andare da loro… Continua… Continua”.
Il Pubblico Ministero ricorda queste parole in aula a Franco Conte, e gli chiede anche se è vero che in paese a Brescello, quando Francesco Grande Aracri gli offriva il caffè al bar, lui lo accettasse. E Conte ammette di averlo fatto più volte.
Suo figlio, dice la sentenza del giudice Pecorella nel rito abbreviato, “agiva per acquisire benemerenze nei confronti della cosca Grande Aracri” ed è stato severamente condannato. Lui, suo padre, persona libera chiamata a testimoniare, pare averne avuto consapevolezza, come minimo, troppo tardi.
La morale sta nelle parole del comandante della Squadra Mobile di Bologna dott. Luca Armeni, che nel 2019 ha condotto le indagini sotto il coordinamento della DDA di Bologna, e che vale la pena riproporre: “Grimilde ha dato un duro colpo alla cosca operativa a Brescello. Chi ha subito intimidazioni e violenze può parlare sapendo che le Forze di Sicurezza sono in grado di garantire protezione, tutela, capacità e rapidità d’intervento. I capi sono in carcere e l’esempio di Massimo ci dice che la consapevolezza e il coraggio nella denuncia di soprusi e atti illeciti sono fondamentali per il contrasto alle prevaricazioni mafiose e per il ripristino della legalità. L’auspicio è sempre che non ci siano altri reati ancora da disvelare; ma se ci sono, la speranza è che siano anche e sempre più i cittadini ad aiutarci a farli emergere”.

Paolo Bonacini

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