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In Tribunale a Ravenna il PM antimafia Marco Forte chiede condanne per 125 anni complessivi a carico di 22 persone, accusate di bancarotta fraudolenta e autoriciclaggio, minacce e sfruttamento dei lavoratori. Il ruolo fondamentale della CGIL, Parte Civile al dibattimento, nell’inchiesta “Radici”

di Paolo Bonacini

Uno dei processi più importanti alla criminalità organizzata  che calpesta i diritti dei lavoratori, facendosi forte di violenze e intimidazioni tipiche del metodo mafioso, è in dirittura d’arrivo in Emilia-Romagna. Si tratta di “Radici”, il procedimento nato da una indagine di Polizia e Guardia di Finanza che tra il 2018 e il 2022 ha scoperchiato gli investimenti illeciti nell’industria alberghiera e dolciaria di una potente organizzazione legata alle famiglie di ‘ndrangheta dei Mancuso e dei Piromalli. Nei giorni scorsi il Pubblico Ministero Marco Forte ha chiesto la condanna di 22 dei 24 imputati sotto processo presso il Tribunale di Ravenna, mentre un altro gruppo di persone verrà giudicato a Modena. I reati vanno dalla bancarotta fraudolenta all’auto riciclaggio, dalla intestazione fittizia di beni e società alle estorsioni. Ma impressiona soprattutto la carica di violenza verbale e fisica con la quale i membri dell’organizzazione imponevano alle loro vittime, lavoratrici in stato di bisogno, imprenditori in difficoltà finanziaria, proprietari di immobili e di società sui quali mettevano le mani, la forza brutale della cosca. Che colpiva  non solo le singole persone, ma i diritti complessivi del mondo del lavoro e le prerogative sindacali.

Nell’udienza del 18 giugno scorso, chiamato a testimoniare dagli avvocati Gaddari  e Ronchi che rappresentano la Parte Civile CGIL, diceva il segretario regionale del sindacato Massimo Bussandri: “Il 43,6 per cento delle persone che lavorano,dipendenti di aziende private, ha un reddito annuo lordo che non arriva a 20.000 euro, meno di 1.200 euro netti al mese. Noi riteniamo che questa dinamicasia il frutto di tanti anni in cuiabbiamo avuto un sovrapporsi di economia illegale ad un tessuto produttivo invece storicamente sano, e questo ha determinato  un abbassamento delle tutele, dei livelli retributivi, della qualità del lavoro. È il primo effetto sull’economia che noi misuriamo, frutto delle sacche di economia illegale che impediscono al sindacato il contatto diretto con le lavoratrici e con i lavoratori”.

Quanto questo contatto sia importante per la tutela della legalità e dei diritti lo dimostra proprio “Radici”, perché è grazie anche alla CGILche si è iniziato a far luce sulla compravendita di bar, pasticcerie, laboratori artigianali, ristoranti e alberghi tra Rimini, Forlì-Cesena e Ravenna, passando da Modena e Reggio Emilia. “L’attività sindacale ha avuto un primo squarcio, di ciò che stava accadendo nel 2018, tramite alcune persone che si sono avvicinate alle Camere del Lavoro di Cesena e Cesenatico per il recupero di spettanze. Come accade molto spesso, le mancate retribuzioni erano solo un pezzo dell’intera storia.Lo scrivono Ana Laura Cisneros e Claudia Cardella, funzionarie della Camera del Lavoro di Forlì-Cesena, nel Rapporto n.2 di LAW del 2023. Spiegando poi nel dettaglio: “Mancati pagamenti delle buste paga e del TFR, differenze tra il lavoro effettivamente svolto e quello dichiarato, altre irregolarità. Un ricatto psicologico e materiale legato alle situazioni di vulnerabilità dei lavoratori e delle lavoratrici privi di reali alternative. Orari di lavoro che raggiungevano le 12 ore al giorno per 7 giorni a settimana. Un’organizzazione gestita da figure aggressive, che mettevano in atto sistematicamente comportamenti intimidatori, vessatori e violenti”.

Concetti ribaditi anche in aula, al processo “Radici”, dalle dirigenti sindacali che all’epoca dei fatti lavoravano a Cesenatico. Ana Laura Cisneros parla del primo lavoratore che si rivolse al sindacato: “Veniva aggredito quotidianamente, davanti anche ai colleghi, ai clienti. Spintoni e minacce; poi abbiamo capito che la situazione era molto più grave di quella che credevamo. Una ragazza chiusa in uno sgabuzzino perché non aveva concesso di firmare una lettera di risoluzione del contratto di lavoro. Era molto impaurita e quando uscirono le notizie sul giornale ci disse: Ana Laura, io ho un bambino piccolo e ho molta paura, non ne voglio sapere”. Silla Bucci, attuale segretaria organizzativa della CGIL di Forlì-Cesena, spiega in aula nel giugno 2024 come opera il sindacato per aiutare questi lavoratori stagionali: “Facciamo per tutto il periodo estivo dei tavolini informativi, proprio a Cesenatico, perché negli ultimi vent’anni abbiamo sempre di più registrato un incremento del lavoro grigio, del lavoro nero e del lavoro a volte purtroppo gravemente sfruttato. Quindi ci spostiamo alla sera, quando i lavoratori e le lavoratrici sono liberi, per darle informative di quelli che sono i loro diritti contrattuali”.

Maria Giorgini, segretaria generale della Camera del Lavoro di Forlì-Cesena, viene ascoltata dalla Corte lo stesso giorno: “Negli anni abbiamo visto nella nostra riviera l’aumento di condizioni di irregolarità che sfociavano in grave sfruttamento lavorativo e caporalato; in alcuni casi anche fenomeni di criminalità organizzata. Ove si infiltrano queste condizioni, per il sindacato significa non poter più operare perché non sono garantite le libertà sindacali. Con il tessuto delle imprese sane, quelle che rispettano le regole, magari ci bisticci se c’è un errore in una busta paga, ma siamo nell’ambito delle normali relazioni previste dalle norme. Invece… (quando opera la criminalità organizzata) …anche quel tessuto lì, di imprese sane, rischia di non farcela”.

Le testimonianze in aula dei lavoratori sfruttati e minacciati ci dicono che nel laboratorio di pasticceria “Dolce Idea srl”, a Cervia, si consumavano odiose vessazioni dei dipendenti, costretti a lavorare fino a 12 ore al giorno senza pause, senza riposi settimanali, senza ferie, con stipendi ampiamente al di sotto di quanto previsto dai contratti, costretti a utilizzare acidi corrosivi per le pulizie senza adeguate protezioni. Emergono storie di lavoratrici oggetto di continue e gravi umiliazioni a sfondo sessuale, alle quali vengono sequestrati i telefoni cellulari. Una di queste, disperata, si licenzia sebbene non abbia alternative di lavoro. Meglio disoccupata e libera che umiliata e sfruttata. Poi operai svegliati nella notte per effettuare consegne, una dipendente che riceve solo lo stipendio del primo mese e poi basta, due fratelli gemelli minacciati dal capo di essere lasciati in mezzo alla strada e senza alloggio. E in aggiunta il divieto esplicito per i dipendenti di uscire assieme la sera, dopo i turni di lavoro. Altri versanti dell’indagine Radici illustrano a che livelli di minacce si spingessero gli uomini della cosca. Un dipendente di una cooperativa sociale che segnala un illecito amministrativo si sente dire: “Ti ammazzo. Tanto ti trovo prima o poi a Cesenatico”. Nel modenese il proprietario di un immobile che ne chiede la restituzione perché non ha incassato i soldi della vendita si sente apostrofare: “Vengo e ti taglio la testa e giro per Campogalliano con la tua testa. E ti giuro che questa casa se non me la prendo io non la prende nessuno!”

Contro le persone ritenute responsabili di questa associazione criminale il PM Forte ha presentato pochi giorni fa, il primo dicembre, richieste pesanti di condanne che assommano a 125 anni complessivi di carcere. Le pene più severe interessano i capi e i membri a cui è contestata l’aggravante del metodo o della agevolazione mafiosa: 15 anni e 11 mesi per Saverio Serra, 9 anni e 11 mesi per Alessandro Di Maina, 11 anni e 10 mesi per Rocco Patamia, 13 anni per suo figlio Francesco Patamia, candidato alla Camera nelle ultime elezioni politiche con la lista di destra “Noi moderati”, nel collegio di Piacenza, Parma, Reggio. Francesco non è stato eletto, ma prima di essere arrestato viaggiava tra Roma e Bruxelles convinto di essere arrivato agli alti livelli della politica italiana. Nella sua deposizione in aula del 15 luglio scorso, rispondendo al PM, tradisce il delirio di onnipotenza che lo accompagnava nelle sue azioni illecite: “Io spendevo e spandevo come se non ci fosse più un domani, questa è la pura realtà; che lei mi dica i dipendenti non sono stati pagati è vero, non posso venire qua a dire no, non è vero. Io avevo 70.000 euro di macchine, 30.000 euro di benzina… ho fatto una gestione dissennata, scellerata, un pazzo scatenato, voglio dire...”. Ma emerge anche il disprezzo verso i lavoratori, quando descrivi due fratelli gemelli sistematicamente sfruttati e minacciati: “Parliamoci chiaro: questi ragazzi non avevano niente. Questi se ne vengono e vogliono fare la stagione. Erano due ragazzini che, come tutti i ragazzini, si vogliono divertire, prendersi quattro soldi e farsi qualche seratina divertente, no?”

No. Erano lavoratori. Poco prima di essere arrestato, e a pochi giorni dalle elezioni politiche in cui era candidato, il 6 settembre 2022 Francesco Patamia rilasciava una intervista a Radio Radicale nella quale diceva tra l’altro, riferendosi all’Emilia Romagna: “Abbiamo delle grosse difficoltà in termini di sicurezza. Gradirei che i bambini usciti da scuola potessero percorrere il parco in sicurezza”.

Il contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso, come quella in cui secondo la Procura Antimafia militava Francesco Patamia col ruolo di promotore e organizzatore, serve anche a questo: garantire maggiore sicurezza a tutti i cittadini. Nella udienza del 10 dicembre, alle ore 9,00 gli avvocati Andrea Gaddari e Gian Andrea Ronchi rassegneranno le loro conclusioni per la Parte Civile CGIL.

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