di Paolo Bonacini
Fuori dal quadro costituzionale e di legalità, in una realtà inquinata dalle minacce, dalle vessazioni, dagli abusi di una associazione criminale nei confronti dei lavoratori, il sindacato perde ogni possibilità di azione. Perché il confronto e il conflitto tra le parti, sindacati e imprenditori, si esercita esclusivamente attraverso la legge. E, se la legge viene sistematicamente violata, si ha come effetto l’inutilità del sindacato.

Si chiude con questa riflessione, nel Tribunale di Ravenna dove è in corso il primo grado del processo “Radici”, l’intervento degli avvocati Andrea Gaddari e Gian Andrea Ronchi che rappresentano CGIL Emilia Romagna e la Camera del Lavoro di Forlì/Cesena. Si chiude con l’amara constatazione che non solo dei lavoratori in stato di necessità hanno subito violenze e trattamenti inaccettabili in un paese civile, ma che anche il sindacato non può esercitare il proprio ruolo di tutela e controllo contro lo sfruttamento lavorativo nelle aziende o nelle imprese dove le regole vengono calpestate.
La CGIL è stata ammessa come parte civile al processo, in riferimento al capo di imputazione che accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro tre personaggi ritenuti ai vertici dell’associazione criminale. Uomini che, attraverso violenze e intimidazioni tipiche del metodo mafioso, si erano impossessati di attività economiche e imprese sulla riviera romagnola, Cervia e Cesenatico in particolare, spaziando fino a Vignola, Campogalliano, Modena e Reggio Emilia.
Si tratta di Rocco e Francesco Patamia, padre e figlio, ritenuti dal PM Marco Forte “a disposizione” della cosca di ‘ndrangheta dei Piromalli di Gioia Tauro, e di Alessandro Di Maina, dipendente ma di fatto dirigente della società FP Group, con sede a Reggio Emilia, alla quale erano riconducibili le varie attività in Romagna nel settore dell’industria dolciaria e della ristorazione. L’accusa nei loro confronti è documentata dai racconti che nel corso del dibattimento hanno reso i dipendenti costretti a subire prepotenze e intimidazioni. Ma anche dalle testimonianze dei sindacalisti che per primi quei racconti e quelle denunce avevano raccolto comprendendo quanto fosse profondo e violento lo sfruttamento. “Reiterata corresponsione di retribuzioni non adeguate” ricordano Gaddari e Ronchi, basate su un contratto difforme che “prevedeva un fisso mensile omnicomprensivo” solo in piccola parte versato. Un contratto che “non garantiva la benché minima decenza” ma obbligava alcuni lavoratori a operare “in condizioni di schiavitù”, dalle 4,30 del mattino all’una di notte. Le mansioni erano diversissime, prevedevano la consegna di dolciumi in luoghi lontani dalla sede e, a seguire senza interruzione, il lavoro dietro i banconi dei locali fino a tarda notte. All’alba si ricominciava, con turni dalle 13 alle 15 ore al giorno, con straordinari mai dati, con domeniche e notti mai pagate.
Come non bastasse, aggiungono i legali della CGIL, il “padrone” Di Maina andava a cercare i dipendenti anche fuori dall’orario di lavoro, li raggiungeva a casa, impediva loro di incontrarsi nelle poche ore libere a disposizione perché temeva che si coalizzassero. In sostanza, impediva loro quel dialogo che è “l’essenza stessa del conflitto collettivo e sindacale”. Le umiliazioni erano quotidiane: uomini costretti a stare immobili contro le pareti ad assistere alle “sgridate” nei confronti dei colleghi, donne “sminuite con epiteti a sfondo sessuale”, sottrazione dei telefoni cellulari, utilizzo nel modo “più bieco e miserabile” di ogni condotta utile a mantenere i lavoratori in una condizione di precarietà e di soggezione. “Il potere del caporale” è questo, dicono Gaddari e Ronchi, e il processo Radici ce ne ha offerto “una fotografia reale, non edulcorata. Uomini e donne chiamati scemi e incapaci, minacciati continuamente di essere malmenati”.
I lavoratori maltrattati versavano inoltre in “stato di necessità”: non potevano rinunciare ai soldi che speravano di mettersi in tasca e anche dopo l’intervento del sindacato che ha portato a una transazione economica hanno accettato un’ offerta inferiore a quanto loro dovuto, pur di avere qualcosa immediatamente. Non potevano rinunciare al tetto che l’associazione criminale utilizzava “come arma di ricatto. Era tragicamente l’unico sopra la loro testa, tanto che un lavoratore in difficoltà finisce a dormire in stazione. Quale stato di necessità è più assoluto di questo?” si chiedono gli avvocati, che poi ricordano la deposizione in aula della sindacalista Ana Laura Cisneros: “I lavoratori erano impauriti quando sono venuti al sindacato e forse non tutte le condotte illecite sono state denunciate. Ricevevano minacce continue di licenziamento, ricevevano insulti, si sentivano con le spalle al muro”. Proseguono Gaddari e Ronchi: “C’era quello stato di soggezione che costituisce la base, il fondamento culturale del metodo mafioso: la capacità di incutere timore anche senza dover esplicitare nessuna minaccia. Abbiamo qui una situazione purtroppo non molto lontana da quel paradigma”.
Per tutte queste ragioni, l’oggettività del reato è inequivocabile, concludono gli avvocati di Parte Civile, e ne è responsabili anche Francesco Patamia, che “fa sottoscrivere ai lavoratori un contratto totalmente alieno rispetto alle norme della contrattazione nazionale nel settore”. Ne è responsabile anche suo padre Rocco, sempre presente nelle vicende narrate, che “ha un fare più elegante del figlio, ma è sempre lì”, ed essendo formalmente uno dei proprietari, che non muove mai un dito di fronte a violenze e intimidazioni, rende bene l’idea che “quelle condotte sono sotto l’egida della proprietà”.
Infine, c’è il danno anche al ruolo del sindacato, “che non si costituisce mai nei processi di mafia per la condotta associativa di per sé, ma solo quando questa incide sui lavoratori e sulle prerogative sindacali fino ad eliminarle”. E avere una organizzazione criminale che opera nel territorio significa (citando la deposizione resa in aula dalla sindacalista Maria Giorgini) “non avere più le condizioni di operare, perché non sono garantite le libertà sindacali e fondamentali”. Significa impedire il tesseramento a una organizzazione che dalla tessera sindacale trae il 90% delle proprie risorse. Significa portare danno anche alle imprese sane che non reggono la concorrenza. “Il dipendente di FP Group che si rivolge al sindacato, ha una capacità propulsiva di svelamento di una situazione che aveva valicato i confini del penalmente rilevante” e racconta una realtà in cui “la lesione dei diritti è organizzata e non estemporanea.”
Un male dei nostri tempi, purtroppo.
A gennaio 2025 iniziano al processo Radici di Ravenna le arringhe difensive, poi si andrà a sentenza.
