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Come contrastare falsi appalti, sfruttamento e caporalato.

L’incontro del 28 aprile 2025 in Cgil a Bologna e le riflessioni del Rapporto n. 3 di LAW

Una partecipata riunione organizzata dalla CGIL Emilia Romagna a Bologna, alla presenza dei due dirigenti nazionali Alessandro Genovesi e Alessio Festi, ha discusso e approfondito il tema della contrattazione negli appalti privati con la relazione introduttiva del segretario regionale Paride Amanti. L’obiettivo è di ampliare le tutele per i lavoratori coinvolti e di offrire strumenti di controllo e contrattazione in un’area tra le più delicate del mercato del lavoro nella quale, sempre più spesso, si registrano pratiche di sfruttamento, assenza di regole, violazione dei diritti.

Un tema che si collega anche, come ha ricordato il segretario generale regionale Massimo Bussandri nelle sue conclusioni, alla forte penetrazione dei mercati da parte della criminalità organizzata, in particolare di matrice mafiosa, oggetto di approfondimento nel Rapporto n.3 della nostra associazione LAW, di prossima pubblicazione. Alcuni dati e alcune riflessioni di autorevoli esperti, contenuti nel rapporto, sono utili per comprendere l’importanza e la delicatezza della posta in gioco.

Il Rapporto n.3 si intitola “La via maestra”, per sottolineare la necessità di difendere spirito e norme della nostra Costituzione (anche naturalmente attraverso i 5 referendum) di fronte ai tentativi di modificarla per via politica da parte del centrodestra e alle pratiche quotidiane che la sviliscono nella realtà della vita del paese.

Il tema delle catene dei sub appalti, in particolare nel settore privato, è un tema centrale di questa riflessione, perché anche nella nostra regione (per non dire soprattutto) l’ibridazione tra economia legale e illegale si è spinta talmente avanti da generare, come primo effetto, una mostruosa compressione e violazione dei diritti e delle libertà dei lavoratori. Mettendo in crisi anche il modello complessivo di un sistema economico produttivo nel quale “fare impresa” lealmente e correttamente è sempre più difficile se non addirittura, in alcuni comparti, improponibile.

Qualche dato non è superfluo per capire la portata del problema: in Italia un adolescente su cinque tra i 14 e i 15 anni ha già svolto un’attività lavorativa occasionale o prevalente, in particolare nel settore dell’agricoltura e a seguire della ristorazione, del commercio, al dettaglio e dell’edilizia. Tre su dieci di questi ragazzi sono impiegati in attività particolarmente dannose per lo sviluppo educativo e per il benessere psicofisico. La maggior parte è costretta a lavorare per non gravare sulla famiglia in difficoltà economica, per aiutarla a tirare avanti. “Lavoratori invisibili” li definisce Save The Children, “isolati, lontani dalle scuole e dai servizi sociosanitari, spesso nemmeno censiti all’anagrafe”. Costretti “dal ricatto dello sfruttamento che schiaccia molte famiglie di braccianti ad essere adulti prima del tempo”. Che lavorano anche nell’indotto degli esclusivi marchi nazionali della moda, delle catene europee della grande distribuzione, dei colossi dell’e-commerce e delle consegne a domicilio (come ci raccontano le inchieste su Giorgio Armani Operation SpA, o su Amazon Italia, o sulla società GS SpA del gruppo Carrefour Italia, o su UPS Italia, raggiunta da un maxisequestro di 86 milioni di euro per una somministrazione illecita di manodopera che ha interessato anche l’Emilia-Romagna). Volumi di affari per miliardi di euro, evasioni fiscali per centinaia di milioni, “serbatoi di manodopera” attraverso i quali grandi aziende si garantiscono “tariffe altamente competitive” appaltando a catene di cooperative, consorzi e società “filtro” che all’ultimo anello praticano lo “sfruttamento del lavoro”.

I “piccoli schiavi invisibili” che si sommano, senza soluzione di continuità, ai “grandi schiavi” già maggiorenni, sono censiti dai “registri del nero” delle tante società appaltatrici che raccontano turni da 14 ore al giorno, compresi i festivi, con “ritmi di lavoro massacranti e paghe anche di 2-3 euro orarie, senza ovviamente ferie, permessi per malattie, contributi e alcuna tutela.” Mangiando e dormendo spesso “in condizioni degradanti e in capannoni fatiscenti adiacenti i luoghi di lavoro”.

Grazie a questa compressione dei diritti e delle libertà si arriva a sfornare in laboratori clandestini, come scoperto dalla Guardia di Finanza di Ferrara, a 90 euro al pezzo, borsette di firma che saranno poi vendute in negozi di via Montenapoleone a Milano a 1800 euro per la gioia degli acquirenti. E il valore aggiunto non andrà certo ai lavoratori.

Il lavoro nero e lo sfruttamento hanno interessato negli ultimi 12 mesi, nella nostra regione, inchieste a Rimini, Bellaria, Modena, Reggio Emilia, Bologna, Parma, Vignola, Carpi, Piacenza, Calisese di Cesena, Goro, Codigoro, Correggio, Imola, solo per citare i luoghi delle principali azioni delle forze dell’ordine e delle procure.

Le attività interessano l’industria alberghiera, il tessile e abbigliamento, la moda, la somministrazione di badanti, il facchinaggio, la logistica, il trasporto, l’assemblaggio di mobili imbottiti, e naturalmente l’agricoltura e la zootecnia, con le campagne della pianura padana e gli allevamenti intensivi che brulicano di questi lavoratori invisibili. Molti di loro, provenienti da Bangladesh, Pakistan, Kashmir, Cina, toccavano il vergognoso record a Reggio e Modena di lavorare anche per mezzo euro l’ora. “La carica dei 101” l’abbiamo chiamata lo scorso anno, perché quello è il numero dei lavoratori interessati. Come i dalmata del film di Walt Disney, si potrebbe ironicamente commentare, “trattati da cani”.

E spesso, quando si viene trattati da cani, si va incontro alla morte. La più eclatante del 2024 è quella di Satnam Singh, l’indiano lasciato a morire a Latina dal datore di lavoro davanti a casa con un braccio tranciato da un macchinario. Ma ogni anno in Italia muoiono mediamente sul lavoro secondo i dati ufficiali dell’Inail 1300/1400 persone. Quasi 4 al giorno. Nel 2022, su una platea certificata da Istat di 23,5 milioni di occupati, i morti al lavoro sono stati 1.268. Significa 5,39 morti/anno ogni 100mila lavoratori: una percentuale che ci colloca al primo posto, assieme a Malta, tra i 27 Stati membri dell’Unione Europea. Un record di cui non possiamo certo andare fieri.

Che riflessioni inducono questi dati, che indicazioni possiamo trarne per il nostro agire? Nel rapporto riportiamo molte voci della CGIL, da Landini a Bussandri, Miceli e altri, ma qui segnaliamo due contributi esterni di particolare valore. Utili ad inquadrare il tema dello sfruttamento lavorativo e della distorsione della libera concorrenza attraverso i subappalti, in relazione alle infiltrazioni mafiose dei nostri territori. Un contributo più giurisprudenziale, dell’ex presidente del Senato Pietro Grasso, e uno più politico/culturale, dell’ex presidente del collegio giudicante di Aemilia Francesco Maria Caruso. Due magistrati, come si dice, che non hanno bisogno di presentazione, ma che hanno anche la capacità di guidarci su letture dei fenomeni non scontate.

Dice Pietro Grasso, per entrare senza tanti peli sulla lingua nel cuore del problema, che “la combinazione tra forza di intimidazione del vincolo associativo (mafioso, s’intende) e collaudate prassi corruttive presenti nella pubblica amministrazione, risulta oggi indubbiamente singolare e priva di precedenti”. Grasso parla di un “processo mimetico reciproco”, in virtù del quale l’incontro tra criminalità organizzata e sistema economico ufficiale produce un sofisticato processo di ibridazione e di adattamento. “Il coinvolgimento di pubblici funzionari e imprenditori si presenta come funzionale all’attività del sodalizio mafioso, che utilizza - oltre ai tradizionali mezzi violenti - pratiche corruttive, indotte anche dall’intimidazione, per cui di fronte alla prospettiva di un pericolo o di un danno si preferisce acquisire vantaggi o utilità”.

Guai ad abolire la norma del concorso esterno in associazione mafiosa perché, aggiunge Grasso, “Il concorso esterno ha reso possibile l’abolizione del privilegio dell’immunità tradizionalmente riconosciuto ai colletti bianchi collusi, dando particolare impulso alla modifica della percezione sociale del mafioso, non più solo identificato con gli stereotipi tradizionali ma esteso a soggetti appartenenti a categorie professionali e istituzionali, che costituiscono la vera forza delle mafie”. E di conseguenza, conclude Grasso, la norma del 416 bis “mira a tutelare l'ordine pubblico, la libera concorrenza, la democrazia e la sicurezza dei cittadini e dei lavoratori”. Ricordiamolo a chi ritiene il 416 bis ormai obsoleto o a chi lo incolpa, sapendo di mentire, di essere uno strumento di attacco alla libertà personale e d’impresa.

A questa riflessione dell’ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso si aggiunge quella di Francesco Caruso, giudice del Borsellino Bis, di Aemilia, del processo a Bellini per la strage di Bologna. Nel suo articolo per LAW il magistrato parte da un concetto espresso dalla Corte di Cassazione nell’ultimo grado del processo Aemilia nel maggio 2022:

L'associazione emiliana, lungi dal costituire una mera estensione territoriale della locale di Cutro, integra pienamente i requisiti di cui all'art. 416 bis, come dimostrato, tra le altre cose, da un variegato dinamismo che si dispiega… nella colonizzazione delle attività imprenditoriali; da una progettualità delittuosa multiforme ed orientata a garantire la persistente operatività del sodalizio anche attraverso la creazione di canali di condizionamento della rappresentanza politica, delle istituzioni, dell'informazione, dell’impresa e della finanza”.

Reggio Emilia e i territori delle province interessate, aggiunge Caruso, sanno ora con certezza giudiziaria di avere incorporato un sistema di criminalità organizzata, in grado di piegare/condizionare/inglobare parti dell’economia, della politica, dell’informazione e di alterare i tratti del cosiddetto modello emiliano.

Si chiede il magistrato: “Se gli imprenditori locali partecipano con entusiasmo al sistema delle false fatture dalle quali traggono profitti, se partecipano a un sistema in cui non c’è chi vince e chi perde ma tutti i partecipanti vincono, come si può parlare di assoggettamento, coercizione e intimidazione? All’imprenditore prima estorto ora il mafioso dice: in luogo del pizzo mi fai la fattura, tu scarichi l’IVA, riduci l’imponibile e mi lasci una parte più o meno grande di ciò che hai pagato, il resto te lo restituisco, in modo da guadagnarci tutti a spese dello Stato. In realtà la riserva e la carica di violenza non vengono mai meno. La capacità di assoggettamento e di intimidazione è lo strumento che l’organizzazione mafiosa adopera per alterare il calcolo economico dell’impresa assoggettata; di fronte al rischio concreto che l’organizzazione dia seguito alle minacce, l’imprenditore non mafioso accede alla proposta, applicando il comune calcolo economico, viziato tuttavia dal peso anomalo nella bilancia del rischio mafia. Piuttosto che fallire o subire attentati, si presta un consenso interessato e a prima vista vantaggioso”.

In sostanza “l’impresa non mafiosa deve arrendersi all’evidenza di una capacità operativa e produttiva contro la quale è impossibile competere”. L’ex presidente del Tribunale di Bologna e di Reggio Emilia cita poi uno studio del 2017 di due sociologi dell’Università di Bologna che individua alcuni rilevanti fattori del successo delle mafie in Emilia-Romagna. In particolare “l’idea che il modello emiliano si fondi implicitamente ma talvolta anche in modo esplicito su elementi che risultano strutturalmente equivalenti a quelli del radicamento mafioso e quindi capaci di sostenere paradossalmente, se non addirittura agevolare, l’integrazione delle mafie nel tessuto economico e sociale locale”.

Tra i punti di contatto vengono individuati taluni lati non trasparenti e privilegiati del cooperativismo emiliano-romagnolo, un “diffuso atteggiamento di disinvoltura nel rispetto di regole” ed in più ampia misura “un contesto imprenditoriale e civico non di rado caratterizzato da attività elusive in campo fiscale”. Poi la presenza di gruppi di potere politico che alimentano domande di lealtà, la presenza dei valori del familismo nell’ambito della piccola e media impresa “in contrasto con la crescente sfiducia nelle istituzioni”. Infine “un insieme di comportamenti e pratiche del campo imprenditoriale emiliano-romagnolo che sembrano trovarsi in affinità con il campo mafioso”.

Si tratta di un giudizio severo e inconsueto, dice Caruso. Che però trova riscontro in significative vicende del processo Aemilia e che merita di essere approfondito e discusso. In sostanza il capitale sociale del mafioso si esplica su stereotipi come la capacità di risolvere problemi, di aggiustare le cose, su egocentrismo e autostima, propensione al rischio, capacità di scegliere secondo opportunità tra mediazione e violenza, reputazione di uomo d’onore, fascino del boss o dell’uomo vicino ai capi, segnali esibiti di potere e ricchezza. Aspetti spesso associati all’immagine del buon padre di famiglia.

Questi profili, conclude Caruso, consentono agli uomini della ‘ndrangheta di esercitare una capacità attrattiva che elide le differenze e determina la concreta possibilità di relazioni tra imprenditori locali e mafia. Consentono anche, viene da aggiungere restando al tema dei subappalti, il sistematico ricorso a violazioni contrattuali e al mancato rispetto dei diritti e dei doveri nel settore privato, da parte di novelli Anti - Robin Hood che imparano e insegnano come rubare ai poveri per arricchire chi è già ricco.

 

Paolo Bonacini

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