A Modena riunificati i due tronconi del processo per “attentato a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato”, con la famiglia Bianchini e l’ex senatore Giovanardi tra gli imputati. A Bologna depositate le motivazioni dell’Appello di Aemilia.
Il processo Bianchini/Giovanardi torna ad essere una sola cosa, con l’ex senatore modenese accusato, assieme ad altre 11 persone rinviate a giudizio, di minacce a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato, e di rivelazione di segreti d’ufficio. La riunificazione è stata decisa dalla Corte guidata dal Presidente del Tribunale di Modena Pasquale Liccardo nella breve udienza di martedì 15 giugno 2021 ed ora finalmente si procederà spediti (si fa per dire) a celebrare il primo grado di questo processo. Nel fascicolo stanno fatti scaturiti dalle indagini di Aemilia e relativi alla gestione delle attività di ricostruzione a Modena dopo il terremoto del 2012. La prima vera udienza, con la quale inizierà il dibattimento, è fissata per il 7 settembre prossimo, ad oltre tre anni di distanza dalle prime richieste di rinvio a giudizio presentate dai sostituti procuratori antimafia Marco Mescolini e Beatrice Ronchi il 7 giugno 2018. Nel frattempo il rito ordinario di Aemilia ha terminato l’Appello e i giudici Pederiali, Passarini e Silvestrini hanno depositato le motivazioni della sentenza, rese note in questi giorni. Il diverso ritmo imposto ai due processi è conseguenza del fatto che l’ex senatore Giovanardi era appunto senatore, all’epoca dei fatti, e ci sono complesse norme che regolano l’utilizzabilità dei materiali e la possibilità di procedere quando ad essere indagato è un parlamentare. Tra il 2018 ed oggi è caduta anche l’aggravante mafiosa contestata ai protagonisti di quelle vicende, conseguenza di nuovi principi di giurisprudenza, mentre restano in piedi le aggravanti dell’abuso di potere, della continuità del reato e dell’ingiusto profitto. Negli anni dal 2013 al 2015, secondo l’accusa, l’allora esponente del Nuovo Centro Destra Carlo Giovanardi cercò di aiutare la famiglia Bianchini (Augusto, il figlio Alessandro e la moglie Bruna Braga, già condannati in Aemilia) ad ottenere la riammissione alla White List della prefettura modenese per le loro aziende, escluse a causa dei rapporti con la ‘ndrangheta emiliana. Assieme a Giovanardi secondo l’accusa operarono figure delle istituzioni (i funzionari della Prefettura di Modena Mario Ventura e Daniele Lambertucci, il funzionario dell’Agenzia delle Dogane Giuseppe Marco De Stavola), un avvocato, Giancarla Moscattini, quattro sedicenti appartenenti ad “ambiti riservati dello Stato” che lavoravano per la ditta Safi srl di Milano. Sempre secondo l’accusa, formulata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna prima, e riproposta dai sostituiti procuratori di Modena Giuseppe Amara e Monica Bombana oggi, l’ex senatore arrivò a minacciare in colloqui riservati figure di rilievo pubblico come il comandante dei carabinieri di Modena colonnello Stefano Savo.
A settembre si entrerà nel vivo, sempre che la Corte non accolga la eccezione presentata dagli avvocati difensori di Giovanardi, Massimiliano Iovino e Marilisa Tenace, che contestano la genericità dei capi d’accusa. “Si parla ad esempio di rivelazione di segreti d’ufficio”, ha detto l’avvocato Iovino, “senza però specificare anche uno solo di questi segreti che sarebbero stati rivelati da Giovanardi. Le difese hanno diritto di sapere”.
Replica immediata del sostituto Giuseppe Amara: “Basta leggere l’atto e si trova tutto. Ad esempio a pagina 4 dove è raccontato cosa andò a raccontare Giovanardi ai Bianchini dopo la riunione del Gruppo Interforze i cui contenuti erano riservati”.
La Corte si pronuncerà sulla eccezione il 7 settembre e nel caso la ritenesse fondata la Procura di Modena dovrà riformulare il capo di imputazione. In attesa di quella data possiamo però leggere le interessanti motivazioni della sentenza di secondo grado depositate dai giudici che hanno condotto l’Appello presso il carcere della Dozza a Bologna. Con i Bianchini non ci vanno teneri e mettono a nudo per l’ennesima volta lo sfregio al mondo del lavoro e ai sui principali protagonisti, i lavoratori, che la ricerca dell’arricchimento con metodi illeciti inevitabilmente implica. Tanto più se in questa avventura ci si accompagna con uomini della ‘ndrangheta:
“Il sistema della falsa fatturazione è lo strumento che ha consentito di occultare l’infiltrazione mafiosa nei lavori di ricostruzione successivi al terremoto del maggio del 2012 delle società del Bianchini, grazie alla sinergia con Bolognino Michele e Giglio Giuseppe (personaggi di spicco della ‘ndrangheta emiliana, il primo condannato a 21 anni e 3 mesi in Appello, il secondo diventato collaboratore di giustizia). L’appalto di manodopera risultava al contempo proficuo anche alla Bianchini Costruzioni srl la quale, potendo in tal modo ricorrere all’ utilizzo di lavoratori esterni, riusciva ad intervenire contemporaneamente su più cantieri, avvantaggiandosi della elasticità della manodopera gestita da Bolognino, pronta alla bisogna e per il tempo strettamente necessario, ottenendo anche benefici fiscali in ragione del meccanismo di retribuzione attuato, basato su un sistema di false fatture. In pratica gli operai, di fatto gestiti da Bolognino, venivano in parte pagati direttamente dalla Bianchini Costruzioni srl; per altra e significativa parte del loro lavoro (le ore lavorate in nero), la Bianchini Costruzioni metteva il corrispettivo del lavoro svolto a disposizione del Bolognino (giustificando gli esborsi quali pagamenti di false fatture emesse da società di Giglio Giuseppe, così da riuscire a detrarre tali esborsi quali costi). Bolognino provvedeva poi a saldare i propri operai pagando loro, fuori busta, le restanti ore dagli stessi lavorate nei cantieri della Bianchini Costruzioni srl, non senza trattenere per sé una cospicua parte del denaro messogli a disposizione dall’azienda. Di fatto, approfittando del loro stato di bisogno e con il miraggio di una occupazione che, a fronte dei lavori di ricostruzione del post terremoto si prospettava assai prolungata nel tempo, i dipendenti di Bolognino (formalmente assunti dalla Bianchini Costruzioni srl) accettavano condizioni di impiego inique e onerose, anche con trattenute di voci dello stipendio relative alla cassa mutua edile, ai buoni pasto, alle visite mediche, ovvero anche con trattenimento di somme attinenti il rimborso delle spese del gasolio sostenute per il trasferimento degli operai sui cantieri. In tal modo, in conclusione, a fronte di ore lavorative che la Bianchini Costruzioni srl conteggiava al costo di circa 23 euro ad ora, Bolognino versava ai propri dipendenti, per le ore fuori busta, importi assai inferiori, dell’ordine di 8/10 euro all’ora, che di fatto venivano poi ulteriormente decurtati per effetto delle trattenute sopra richiamate”. L’ interrogativo che a questo punto si pone la Corte d’Appello, definito di “Evidente e intuitiva decisività” è il seguente: “Sapeva Bianchini chi erano i suoi interlocutori; gli era chiara la loro indubbia caratura criminale?”
I giudici scrivono nelle motivazioni: “La risposta che il processo ci rimanda è senz’altro positiva. Da tempo, oramai, Bianchini non è più soltanto l’imprenditore con cui Giglio, con reciproca soddisfazione, pratica da anni la falsa fatturazione. È oramai venuto il momento di un suo coinvolgimento più pieno, rendendolo consapevole di chi siano quelli che sono interlocutori con i quali sta acquisendo conoscenza e confidenza… A partire dal 2011 Bianchini Augusto non può più sostenere di non aver compreso la natura ‘ndranghetista dei soggetti con i quali stava sempre più intrecciando i suoi destini… Conosceva perfettamente la caratura criminale dei suoi interlocutori, giungendo addirittura ad avere consapevolezza dell’interessamento del boss cutrese Grande Aracri Nicolino per gli orizzonti imprenditoriali che avrebbero potuto dischiudere i lavori del post terremoto. Bianchini pertanto, con piena consapevolezza e volontà, introduce la ‘ndrangheta nei lavori pubblici della zona di Modena, dove avranno luogo i lavori del post terremoto. Lo fa, indubbiamente, in primo luogo, per un interesse proprio… ma lo fa, al contempo, altrettanto consapevole che così agendo favorirà quel mondo imprenditoriale mafioso, riconducibile al sodalizio ‘ndranghetista stanziatosi nei territori emiliani, in particolare, elettivamente, nella confinante provincia di Reggio Emilia”.
Nelle oltre 2500 pagine delle motivazioni relative alla sentenza d’Appello stanno tante altre conferme della solidità dell’impianto accusatorio complessivo e della correttezza delle valutazioni dei giudici di “prime cure” che hanno prodotto la sentenza di Reggio Emilia del primo grado. Ne parleremo in altri approfondimenti.
Paolo Bonacini
