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libero mancuso piccolo  di Libero Mancuso*

1. Sono trascorsi oltre 40 anni dall’attentato del 2 agosto 1980, ma ancora non si è esaurita la determinazione dei familiari delle vittime e dell’intera comunità bolognese volta ad accertare tutte le responsabilità e, in particolar modo, le ragioni che hanno mosso gli autori di quella strage, la più sanguinosa portata a segno nell’Italia del dopoguerra. Il nostro Paese aveva conosciuto altre stragi, ma tutte erano rimaste ostinatamente chiuse alla verità e nessuna aveva portato alla condanna di mandanti ed autori materiali. Salvo ad identificarli, quanto alla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947), esordio della strategia stragista che insanguinerà per vari decenni il territorio nazionale, nella banda Giuliano che professava ipotesi di separatismo dell’isola dal territorio italiano. Il suo braccio destro, Gaspare Pisciotta, alla vigilia della annunciata confessione, veniva assassinato nel carcere dell’Ucciardone da un cucchiaio di vidalin corretto con la stricnina. Un metodo spiccio per impedire che l’Italia conoscesse la verità sull’intreccio tra strategie eversive che hanno sfigurato il volto della politica italiana e che vedevano, alleati dei mafiosi, il Ministero dell’Interno, la massoneria e fascisti repubblichini, all’epoca agli ordini di Junio Valerio Borghese. Un’alleanza volta a gestire il dopoguerra in Italia, condizionando pesantemente l’affermazione dei valori costituzionali introdotti con la Carta fondamentale dei diritti approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il I° gennaio 1948. Alla strage del I° maggio 1947, portata a segno quando la Costituzione non era ancora legge fondamentale della neonata Repubblica, seguirono gli assalti con mitra e bombe a mano contro le sedi del PCI di Monreale, Cinisi, Terrasini, Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato e San Cipirello, cui avrebbe dovuto seguire un colpo di Stato nell’agosto successivo. A Portella, quel I° maggio, morirono undici persone tra cui tre bambini e si contarono ventisette feriti.

2. Fu l’esordio del ricorso alle stragi a fini di condizionamento della vita democratica ed in particolare con finalità apertamente anticomuniste. Titolare dell’inchiesta fu l’allora sostituto procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione, a sua volta assassinato da mano mafiosa il 5 novembre 1971 quando era alla guida della Procura della Repubblica di Palermo. Nell’inverno del 1954, da una cella dell’Ucciardone, Gaspare Pisciotta chiese di incontrare un magistrato al quale riferire “nuove, sconvolgenti rivelazioni” su chi organizzò, e chi eseguì la strage del I° maggio. L’allora sostituto Pietro Scaglione, accompagnato da un cancelliere, si portò all’Ucciardone per raccogliere quelle rivelazioni ma Pisciotta pretese di parlare con il magistrato “a quattr’occhi”. Scaglione obbiettò che era indispensabile la presenza di chi verbalizzasse le sue dichiarazioni e Pisciotta chiese una pausa di riflessione. Ma non vi fu più tempo: Pisciotta venne assassinato nella sua cella il 9 febbraio 1954. Con lui perì colui che, uomo di fiducia di Salvatore Giuliano, avrebbe potuto riferire la verità sui mandanti della strage, i loro alleati al Ministero dell’interno, l’impegno degli agrari nella difesa con ogni mezzo del latifondo e delle terre incolte e chiarire le circostanze della morte di Salvatore Giuliano, assassinato da ‘fuoco amico’ per effetto di un’imboscata ordita proprio dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta a seguito di una trattativa segreta con il Ministero dell’Interno e non già a causa di un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine.

Salvatore Giuliano e PisciottaGaspare Pisciotta e Salvatore Giuliano

3. Scaglione, a proposito dei mandanti della strage di Portella della Ginestra, parlò apertamente di responsabilità dei vertici mafiosi, gli stessi che avevano, già nell’immediato dopoguerra, assassinato numerosi sindacalisti impegnati nella lotta contro il latifondo e per l’occupazione delle terre incolte. Dunque la strage del I° maggio 1947 segnò l’inizio, nel nostro Paese, di una strategia stragista e l’uccisione del procuratore Scaglione rappresentò l’esordio del sanguinoso attacco della mafia e dei suoi alleati contro la magistratura.

4. Se si fossero accertate le responsabilità dei mandanti, se si fossero raccolte le confessioni di Gaspare Pisciotta, è ipotizzabile la sconfitta sul nascere dei responsabili delle trame eversive che hanno avvelenato e condizionato nel profondo la nostra vita democratica. E che hanno agito impunemente attraverso il governo dei poteri occulti manovrando i quali sono riusciti a mettere in crisi gli equilibri democratici disegnati nella Carta fondamentale dei diritti.

5. Il 12 dicembre 1969 avviene la strage di piazza Fontana. 17 le vittime, 13 delle quali muoiono nell’immediatezza dell’esplosione. È  l’inizio della strategia della tensione. Periodo drammatico della nostra storia nazionale. Il processo viene trasferito da Milano a Roma, poi a Catanzaro e a Bari. La Prima sezione della Cassazione, quella guidata dal presidente Carnevale, assolverà tutti gli imputati. Una sentenza postuma pronunciata da altra sezione della Corte di Cassazione, pur priva di imputati, affermerà che gli autori erano gli stessi già condannati in primo grado a Catanzaro e poi assolti in Cassazione. Neofascisti legati ai servizi segreti che, intorbidando le acque, eviteranno la loro condanna. Dunque solito intreccio di manovalanza neofascista, massoneria, vertici del ministero dell’interno e servizi segreti (il Sid di Maletti e La Bruna, entrambi iscritti alla P2). Cioè le stesse figure eversive che pianificheranno le stragi nel nostro Paese, e garantiranno l’impunità agli autori di crimini tanto gravi. In questa occasione si va oltre: si confondono le acque, si cercano i responsabili tra gli anarchici, si creano false accuse contro Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico e partigiano, che, sottoposto ad un drammatico interrogatorio, troverà la morte precipitando da un balcone della questura di Milano in circostanze mai chiarite.


strage piazza fontanaIl cratere provocato dalla bomba alla Banca dell'Agricoltura a Milano il 12/12/69

6. Era anche prevista, dopo la strage alla Banca dell’Agricoltura, una svolta reazionaria che non venne realizzata. La responsabilità del fallimento della svolta eversiva, fu attribuita dai neofascisti alla Presidenza del Consiglio attraverso lo slogan: “le bombe fanno Rumor”. Contro il presidente del Consiglio venne realizzato un attentato a Milano in via Fatebenefratelli, nel cortile della Questura, il 17 maggio 1973, in occasione della commemorazione dell’assassinio del commissario Mario Calabresi, avvenuto un anno prima, per mano di esponenti di Lotta Continua, formazione appartenente all’area dell’ultrasinistra. Autore della strage che cagionò 4 morti e 52 feriti tra i passanti, fu un ambiguo personaggio, Gianfranco Bertoli, che avrebbe ricevuto l’ordigno esplosivo da ambienti della destra neofascista. Obbiettivo dell’attentato avrebbe dovuto essere il presidente del Consiglio Mariano Rumor, cui la destra, che per tale motivo ne aveva ripetutamente progettato l’assassinio, affidando quel disegno anche a Vincenzo Vinciguerra, attribuiva la responsabilità di non aver proclamato lo stato d’assedio dopo l’attentato di piazza Fontana. La proclamazione dello stato d’assedio non vi fu in quanto il 12 dicembre, secondo l’accordo dei congiurati, a piazza Fontana non avrebbero dovuto esservi vittime. Quei morti determinarono una straordinaria e inattesa reazione popolare, che lasciava intravedere disordini sanguinosi e l’inizio di focolai di guerra civile. Il che avrebbe sconsigliato il presidente del Consiglio dal proclamare lo stato d’assedio. Di qui l’attentato, in via Fatebenefratelli, contro la sua persona.

7. La sinistra presenza del principe Valerio Borghese ritornerà in occasione del tentativo eversivo programmato per la notte della Madonna del 12 dicembre 1970. Si indicarono i responsabili oltre che nel principe Borghese, nei suoi accoliti di Avanguardia nazionale che agirono con la copertura di Federico Umberto D’Amato, iscritto alla P2 e contemporaneamente vertice degli Affari Riservati, delicato apparato del Ministero degli Interni, risultato infiltrato da neofascisti di avanguardia nazionale gestiti da Stefano Delle Chiaie e piduisti agli ordini del maestro venerabile Licio Gelli. Quella notte i congiurati, dopo aver ricevuto l’ordine di desistere dal portare ad esecuzione il golpe programmato nei minimi particolari (contrordine proveniente da Licio Gelli e dai servizi segreti statunitensi), per dimostrare di avere comunque profanato il Viminale, si impadronirono di alcune mitragliette custodite nei locali del Ministero dell’Interno. La circostanza venne messa a tacere attraverso la sostituzione di quelle micidiali armi con inoffensive sagome lignee.

8. Il 31 maggio 1972 viene segnalata ai locali Carabinieri, la presenza di un’auto sospetta in località Peteano di Sagrado, in provincia di Gorizia. L’auto è indicata come sospetta perché presenta, a dire dell’ignoto telefonista, fori che attraversano la carrozzeria. Tre gazzelle dei Carabinieri raggiungono la vettura, una fiat 500, ma, nel tentativo di aprire una portiera l’auto esplode cagionando la morte di tre uomini dell’Arma, mentre altri due riportano gravi ferite. Una trappola micidiale diretta ad attentare la vita dei militari. Tragicamente riuscita. Responsabili, un manipolo di neofascisti: Vincenzo Vinciguerra (reo confesso), Carlo Cicuttini e Ivano Boccaccio, tutti appartenenti al gruppo eversivo neofascista Ordine nuovo. Le indagini subiscono, come sempre in tali circostanze, depistaggi consistiti in accuse rivolte contro organizzazioni di sinistra e di estrema sinistra. La vicenda (fascisti che assassinano una pattuglia di Carabinieri) è inaccettabile al punto che quella responsabilità andava coperta ad ogni costo. Giorgio Almirante, segretario del movimento sociale italiano, viene accusato da Vinciguerra di aver finanziato l’operazione alle corde vocali di Carlo Cicuttini, autore della telefonata-trappola ai Carabinieri, che era stato riconosciuto come uno degli assassini attraverso l’identificazione della voce del messaggio telefonico con quella comparata del Cicuttini in occasione di un comizio del MSI da lui tenuto. Almirante fu accusato anche di aver favorito la fuga e la latitanza in Spagna del Cicuttini, autore materiale della predisposizione dell’autobomba, attraverso il versamento di 35.000 dollari necessari per l’intervento alle corde vocali.
Vinciguerra e Cicuttini vennero condannati all’ergastolo, Carlo Maria Maggi, Carlo Di Gilio e Delfo Zorzi a poco più di dieci anni di carcere per reato associativo mentre Almirante se la cavò con l’improcedibilità dell’azione penale per essersi avvalso dell’ amnistia. Ci furono condanne per avere deviato le indagini e favorito i reali responsabili dell’eccidio persino per ufficiali dell’Arma nonostante le vittime fossero loro colleghi. Antonio Chirico, Dino Mingarelli, Giuseppe Napoli e Michele Santoro, questi i nomi degli ufficiali condannati per favoreggiamento.
Occorre sottolineare che Vincenzo Vinciguerra risulta tuttora detenuto in quanto, condannato all’ergastolo in primo grado, ha rinunziato alla impugnazione sostenendo il suo dovere di pagare un prezzo per quell’attentato, dichiarandosi convinto che voleva evitare di imbattersi in giudici di Appello o di Cassazione disposti ad assolverlo per insufficienza di prove.

strage italicusLa strage del treno Italicus

9. Il 4 agosto 1974 è la volta della strage sul treno Italicus. 12 sono le vittime. Viene portata a termine, nella galleria sita nei pressi di San Benedetto Val di Sambro, da manovalanza neofascista agli ordini di Augusto Cauchi: il vertice Sid di Firenze, retto da Federigo Mannucci Benincasa, gli darà copertura e gli consentirà la fuga nella Spagna franchista. Quale sovventore della banda armata del Cauchi comparirà ancora una volta la sinistra figura di Licio Gelli, in contatto con organizzazioni neofasciste golpiste, come AN di Stefano Delle Chiaie, ON di Signorelli, Semerari, De Felice etc..

10. Istruttivo, ai fini di fornire una valutazione circa la qualità delle classi politiche al potere e della loro affidabilità democratica nell’Italia repubblicana, accennare ad altri due tentativi eversivi, che avrebbero dovuto scattare, il primo, nell’estate del 1964. Il secondo, nell’agosto 1974, approfittando della chiusura delle fabbriche.

11. Il progetto golpista del 1964 matura in occasione del secondo governo di centro sinistra, presidente incaricato Aldo Moro che disegna, con il contributo del leader socialista Pietro Nenni, un programma riformatore di segno progressista. Al punto che il Capo dello Stato, Antonio Segni, si oppone fermamente sostenendo che quel programma avvicina troppo pericolosamente il Partito Comunista alla Democrazia Cristiana. Mobilita allora il generale De Lorenzo per impedire la nascita di quel governo. Scatta il piano SOLO. Cercheranno di fare luce su quel tentativo eversivo, che prevedeva l’impiego “SOLO” di Carabinieri, i giornalisti Lino Iannuzzi e Eugenio Scalfari. Nenni farà cenno ad un rumore di sciabole per giustificare, dalle colonne dell’Avanti, il ridimensionamento del programma riformatore del secondo governo Moro ma non fornirà spiegazioni al fine di motivare quelle pesanti allusioni. Sarà il presidente del Consiglio Giulio Andreotti ad autorizzare, nel 1990, la desecretazione del piano Solo. Risulterà, tra l’altro, che il generale De Lorenzo aveva previsto l’occupazione della sede del PSI con l’impiego di 20.000 Carabinieri. Era prevista altresì una lista di enucleandi da prelevare dalle rispettive abitazioni e deportare nella base di capo Marrangiu, gestita dalla Gladio in Sardegna. La lista non verrà mai rinvenuta. Si sa che conteneva i nomi ed i recapiti di esponenti del Parlamento e del sindacato, ovviamente appartenenti alla sinistra e per questo considerati pericolosi eversori da “enucleare”. Il che autorizza a qualificare il piano Solo tra i progetti eversivi.
Il Piano “Solo” non vedrà la luce perché, a seguito di un durissimo scontro tra Moro e Segni, quest’ultimo verrà colpito da un ictus che lo costringerà alle dimissioni. Sarà Giuseppe Saragat a succedergli alla presidenza della Repubblica.


segniL'ex presidente della Repubblica Antonio Segni

12. Il tentativo golpista del 1974 gode dell’appoggio, come già era avvenuto in occasione del tentato golpe della notte della Madonna, degli USA e della loggia P2 di Licio Gelli, a cui Sogno è iscritto. La struttura politica impegnata fa capo al movimento Pace e Libertà, nato con l’appoggio finanziario della CIA e voluta dall’allora presidente del Consiglio Mario Scelba e dal ministro della Difesa Randolfo Pacciardi. Al gruppo partecipa anche Luigi Cavallo, impegnato nella schedatura degli operai comunisti e nella pubblicazione di falsi documenti attribuiti al PCI. In un appunto del SIFAR si legge: “…Il movimento si dovrebbe persino sostituire alla Polizia specie nello schedare gli attivisti del PCI e le maestranze comuniste…”. In un altro appunto del Sifar (25 maggio 1954) si legge; “…David (ex funzionario NATO e fondatore in Francia del movimento Paix et libertè) e Sogno si sono recati a Roma per far visita all’ambasciatore degli USA, Luce, ed al presidente del Consiglio Scelba per ottenere un finanziamento per la intensificazione della propaganda anticomunista in ItaIia…”. Cavallo e Sogno ottengono, tra il giugno 1971 ed il luglio 1974, 187 milioni dalla Fiat per finanziare la nuova organizzazione anticomunista impegnata in schedature degli operai della Fiat e della Pirelli. Il 23 agosto 1974 la magistratura di Torino scopre il complotto eversivo facente capo a Edgardo Sogno, al ministro della Difesa Randolfo Pacciardi e al braccio destro del principe nero Junio Valerio Borghese. Il processo verrà trasferito a Roma per sottrarlo a giudici “inaffidabili” (il dr. Luciano Violante, che aveva portato alla luce il progetto eversivo!). Qui i congiurati verranno assolti dal giudice istruttore capitolino con la formula “perché il fatto non sussiste”. Il p.m., mostrando maggiore cautela, ne aveva chiesto il proscioglimento con la formula: “per non aver commesso il fatto”. Nel frattempo Edgardo Sogno svolge regolare attività di ambasciatore della Repubblica italiana. Anni dopo, nel dicembre 1990, in un’intervista al settimanale Panorama, sarà lui stesso ad ammettere di essere stato il vertice di un progetto eversivo rivelando “…l’impegno di sparare contro coloro che avessero fatto il governo con i comunisti…”. Saranno le Brigate Rosse a sequestrare i documenti riservati e gli elenchi degli iscritti all’organizzazione di Sogno di cui il Sid aveva negato l’inoltro al G.I. dr. Violante, ma gli autori di quel sequestro verranno immediatamente arrestati e la documentazione fatta scomparire dai Carabinieri. A Sogno, piduista ed eversore, al momento della sua morte, non verranno negati solenni funerali di Stato!

13. Il 28 maggio 1974, mentre è in corso a Brescia, in piazza della Loggia, una manifestazione contro il terrorismo neofascista e contro il MSI, esplode una bomba nascosta in un cestino di rifiuti, provocando 8 morti e oltre cento feriti. Una sorta di ritorsione per lo scioglimento di Ordine nuovo e di Avanguardia nazionale. Anni d’indagine travagliati e densi di episodi volti ad impedire che i responsabili venissero identificati, si concluderanno in epoca recente con la condanna per strage degli esecutori materiali Carlo Digilio, Marcello Soffiati, Ermanno Buzzi (strangolato il 13 aprile 1981 mentre era in corso il processo di Appello, nel carcere di Novara dai neofascisti Pierluigi Concutelli e Mario Tuti. Sull’episodio si tornerà più avanti), Maurizio Tramonte appartenente ai servizi segreti italiani con il nome di copertura “fonte tritone”. Mentre il neofascista Carlo Maria Maggi è stato ritenuto il mandante della strage.

14. Il 2 agosto 1980, alle 10,25, un potente ordigno esplosivo squarcia la stazione di Bologna. Decine i morti, centinaia i feriti. Esecutori materiali: Fioravanti, Mambro, Cavallini e Ciavardini, cui si è recentemente aggiunto il neofascista Paolo Bellini. Si badi tutti condannati, alcuni di loro con sentenza definitiva, quali esecutori materiali della strage, voluta, organizzata e finanziata dal maestro venerabile Licio Gelli e da suoi accoliti. La manovalanza neofascista, risulta tanto più pericolosa in quanto legata alla banda della Magliana, nella quale confluiscono servizi segreti, vertici mafiosi del calibro di Pippo Calò, cassiere della mafia (un altro esponente mafioso viaggia, pur essendo latitante, su aerei del servizio segreto militare, accompagnato da Francesco Pazienza, anche lui massone all’orecchio del Gran maestro Licio Gelli e capo occulto del Sismi). Gelli, grazie ai suoi rapporti con il ministro della Difesa Giulio Andreotti, è in grado di predisporre tutte le nomine e le promozioni dei vertici militari e di pubblica sicurezza. Con il disvelamento degli elenchi della P2 (marzo 1981), tutte le più alte cariche di Polizia, GdF, CC., servizi segreti, risulteranno iscritti alla massoneria piduista. La banda della Magliana rappresenta un’agenzia criminale disponibile a realizzare crimini su commissione per danaro o perché dettati da ricorrenti logiche di potere. All’interno degli scantinati del Ministero della Sanità all’Eur, viene custodita la santabarbara della banda e vengono ritrovate le armi rapinate alla Omnia sport dalla banda Fioravanti pochi giorni dopo la strage alla stazione. Vengono anche rinvenuti proiettili marca Gevelot, tra i profitti di quella rapina, verosimilmente gli stessi utilizzati per l’assassinio del giornalista Mino Pecorelli, e mai utilizzati in altri omicidi, mentre il mitra Mab, anche questo già depositato negli scantinati dell’edificio del ministero della sanità all’Eur, viene fatto ritrovare sul treno Taranto-Milano quel 12 gennaio 1981.

strage stazione bolognaLa strage alla stazione di Bologna

15. Il materiale rivenuto su quel treno il 12 gennaio 1981, rappresenta il più sfacciato depistaggio finalizzato ad ingannare i giudici che avevano individuato, sin dai primi giorni successivi alla strage, nei responsabili dell’agguato ai danni del dr. Mario Amato, lasciato da solo e senza protezione a indagare le bande criminali neofasciste romane, che lo assassineranno sotto casa (27 giugno 1980), gli autori materiali della strage. Dunque gli assassini del dr. Amato, che agivano favoriti dalla inerzia del capo della procura romana, saranno gli stessi che porteranno a segno la strage del 2 agosto. Vennero anche collocati, su quel treno, oltre ad esplosivo simile a quello utilizzato 5 mesi prima per fare esplodere la stazione ferroviaria di Bologna, due biglietti di viaggio intestati ad un cittadino francese e ad un cittadino tedesco, di fatto inesistenti, presentati come gli autori degli attentati alla sinagoga di Parigi e all’October fest di Monaco. I vertici del Sismi redassero, subito dopo il ritrovamento di quel materiale da essi stessi predisposto, un documento denominato “Terrore sui Treni” che anticipava progetti stragisti ai danni di aerei, ferrovie, autostrade e luoghi affollati da inermi cittadini ad opera di terroristi stranieri. Consegnarono quel documento nelle mani del presidente del consiglio Spadolini, tentando di accreditarsi come coloro che avevano sventato la ripetizione di un ulteriore attentato terroristico e che chiedevano lo stato di emergenza per ottenere pieni poteri nella gestione dell’ordine pubblico tenuto conto delle tensioni sociali e dei disordini che quegli attentati sanguinosi avrebbero potuto cagionare.

16. Le indagini consentirono di attribuire, a distanza di anni, quella torbida messa in scena al vertice del Sismi di Santovito, Musumeci, Belmonte, Pazienza: tutti iscritti alla P2 il cui maestro venerabile era Licio Gelli. Sono stati tutti condannati in via definitiva per quell’ennesimo tentativo di inquinare le indagini, che aveva un unico scopo: portare gli inquirenti verso false piste fuori d’Italia, a protezione degli attentatori neofascisti dei Nar. Peraltro questo fu solo uno, anche se il più eclatante, dei numerosi avvelenamenti delle indagini che hanno accompagnato l’intero percorso processuale della strage alla stazione. Avvelenamenti portati a segno ora con la predisposizione di documenti falsi (Loggia di Montecarlo nella quale personaggi politici di svariate appartenenze autorizzavano con delibera assembleare l’esecuzione della strage del 2 agosto), ora servendosi di testimoni falsi (Ciolini, anche ideatore di quel falso documento) in grado di ingannare i giudici e di condurli su false piste, suscitando aspre polemiche tra gli inquirenti e la conseguente paralisi delle indagini. Fino al punto che il giudice investito della titolarità dell’inchiesta, offuscato dalle menzogne di Ciolini, non esiterà ad imbarcarsi su un aereo del Sismi che lo porterà in Libano, dove visiterà i campi libanesi cristiano-maroniti e palestinesi alla inutile ricerca dei corpi dei giornalisti Toni e De Palo assassinati, stando alla falsa pista, da ignoti autori della strage del 2 agosto, ovviamente di nazionalità straniera (questo il filo conduttore di quei depistaggi, con cui si intendeva, con ogni mezzo, spostare all’estero l’ideazione e l’esecuzione della strage).

17. Si tentò anche di mettere in relazione la strage sull’aereo Itavia del 27 giugno 1980 con la strage alla stazione attraverso un fantomatico lodo Moro, e mettendo in campo, al fine di inquinare le indagini, personaggi come i terroristi Carlos e Kram. Si voleva impedire ad ogni costo che i giudici pervenissero alla individuazione degli autori materiali della strage, che andavano protetti con ogni mezzo. Affiorarono, come già nelle precedenti analoghe vicende del terrorismo nostrano, le responsabilità del solito intreccio stragista ed eversivo: neofascisti, loggia massonica P2, servizi segreti, in grado di scatenare, dalle sedi occulte del loro straordinario potere, come era già avvenuto in occasione delle stragi di Piazza Fontana e dell’Italicus, servendosi dei numerosi organi di stampa più o meno asserviti, un’offensiva contro la verità, con una forza intossicante mai prima conosciuta. E non si dimentichi che si è trattato della copertura degli autori della più grave, sanguinosa strage portata a segno nel nostro Paese. Che porta impressa i segni di un’offensiva eversiva durata decenni, che ha insidiato la qualità degli equilibri democratici, ed ha impedito l’affermarsi dei valori enunciati nella nostra Costituzione repubblicana, avversata dall’insieme delle agguerrite espressioni reazionarie sopravvissute al fascismo, che la consideravano come il fondamentale nemico da abbattere. 


licio gelliIl capo della P2 Licio Gelli         

18. È sufficiente leggere la requisitoria del p.m. o la sentenza di condanna di primo grado, o quella della Corte di Cassazione, per smentire nel modo più netto e risoluto l’affermazione, totalmente falsa, secondo cui i Nar avrebbero ammesso tutte le proprie malefatte ma non la loro partecipazione alla strage del 2 agosto in quanto, ad essa, estranei. Si tratta di affermazione priva di verità, fatta circolare ad arte, a difesa degli imputati, ma sonoramente smentita da quanto processualmente accertato. La genuinità delle condotte processuali dei vari Fioravanti e Mambro era persino sostenuta, in polemica con l’ufficio della procura bolognese, da magistrati di altre procure che avevano indagato e processato i Nar, considerati in quelle inchieste come sprovveduti ragazzini spontaneisti. Magistrati affermati, che non esitavano ad entrare in polemica, su un punto tanto delicato, con la procura emiliana. Aprendo in tal modo un altro fronte, particolarmente insidioso e doloroso allo stesso tempo, all’offensiva contro verità e giustizia portata avanti da sedi tanto diverse.

19. A carico di Licio Gelli è stato acquisito agli atti, in data recente, il documento “Bologna”, dove figurano trasferimenti di ingenti somme di danaro a personaggi istituzionali (tra cui un ex vice presidente del CSM) e a soggetti più o meno sconosciuti. Versamenti avvenuti, tra gli altri, in epoca prossima al 2 agosto 1980. Il documento “Bologna” venne sequestrato il 13 settembre 1981, in occasione dell’arresto di Licio Gelli a Ginevra. Fu trasmesso il 16 luglio 1986, collocato nel faldone Bellatrix in originale e assegnato al dr. Pizzi. Il numero 525779 – X.S. (intestazione del documento) indica due flussi di somme provenienti dal banco Ambrosiano: USD 10 mln e USD 5 mln. C’è indicato anche: MOTIVO “DIF. MI” e “DIF. ROMA”. Il conto è intestato a Gelli Licio.
Si consideri che il processo contro Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte, in relazione alle coperture degli autori della strage del 2 agosto 1980, inizia il 9 marzo 1987 e si conclude l’11 agosto 1988 con la condanna di tutti gli imputati per favoreggiamento personale, con finalità eversive, degli autori della strage.
Non mancò un tentativo disperato, peraltro ricorrente in processi contro imputati eccellenti, di trasferire il processo nella sede ritenuta più favorevole, cioè la magistratura romana. Ma il p.m. bolognese impugnò quella decisione giuridicamente errata e i giudici della Corte di Cassazione accolsero il gravame e dichiararono la competenza dei giudici bolognesi a giudicare quell’ennesimo, sfrontato, inquinamento delle indagini. Purtroppo nessun collegamento con la strage veniva rilevato, sia dalla GdF che dai giudici milanesi, tra il documento “Bologna” e i destinatari di quell’imponente flusso di danaro, al punto che giudici milanesi e investigatori non inoltrarono alcuna segnalazione in proposito ai giudici di Bologna, rimasti all’oscuro dell’esistenza stessa di quel documento. E ciò, nonostante: l’esplicita intestazione del documento (Bologna), e il suo contenuto in cui si indicavano dazioni di danaro in contanti pari a 1 milione USD in epoca prossima e a cavallo della strage. E nonostante fosse in corso il processo contro Gelli per calunnia aggravata da finalità eversive dell’ordinamento costituzionale, volta al salvataggio degli imputati della strage del 2 agosto!
Eppure proprio il dr. Mancuso, come rileva il rapporto della GdF, l’11 giugno 1985, aveva spedito (meglio: consegnato nelle loro mani) ai giudici Pizzi e Bricchetti (che procedevano contro Gelli Licio ed altri per il crack del Banco ambrosiano) una serie di atti d’indagine riguardanti Gelli e Pazienza circa le frequentazioni di Gelli presso l’hotel Excelsior di Roma.

20. Stranamente a Gelli, interrogato a Milano dai due giudici istruttori, non veniva rivolta alcuna domanda sul documento. Gelli si riservava di rispondere successivamente, ma nessun ulteriore interrogatorio veniva effettuato dai due magistrati.
La stessa, significativa, intestazione “Bologna” non veniva neanche richiamata nel corso dell’interrogatorio da parte dei due magistrati meneghini che non manifestarono sul punto alcuna curiosità.
Ma a carico di Gelli, non si dimentichi, figurano il suo controllo dei servizi segreti risalenti al Sifar (poi Sid, Sisde e Sismi), la sua collocazione al vertice di una potente loggia massonica, dotata di un potere ricattatorio smisurato in grado di condizionare le decisioni dei vertici politici non solo democristiani, la sua vocazione golpista e stragista (golpe Borghese, attentato alla Banca dell’Agricoltura, strage dell’Italicus, strage del 2 agosto, rapporti con ambienti neofascisti, etc.).

21. Vi è un secondo documento, denominato “Artigli”, che testimonia delle agitazioni di Gelli allorché comprende di essere accerchiato e ad un passo dalla incriminazione per strage. Si tratta di un documento “riservatissimo” del 15 ottobre 1987, dunque temporalmente collocato tra l’informativa della GdF (13.07.1987) e l’interrogatorio di Gelli (02.05.1988), rinvenuto dalla procura generale felsinea tra gli atti del p.p. n. 15111/96 che va letto in stretta correlazione con il documento “Bologna”.
Si tratta di un documento intestato “APPUNTO PER L’ON. SIG. MINISTRO” (incarico all’epoca rivestito dall’on. Amintore Fanfani, risultato in stretti rapporti con Licio Gelli). In esso, cioè nel documento “Artigli”, si dà atto che l’uomo di fiducia e legale di Licio Gelli, l’avv. Fabio Dean, già ufficiale dell’Arma, si fa ricevere dal Direttore Centrale della Polizia di Prevenzione, cioè dal capo della Polizia, prefetto Parisi. Tra l’altro, il legale polemizza con la deposizione resa dal col. Bozzo nel corso del processo della strage di Bologna (i cui sviluppi il venerabile segue dunque attentamente e con preoccupazione) a proposito di due temi. Il primo è l’affermazione riguardante Francesco Pazienza, indicato come il successore designato da Gelli al vertice della P2; il secondo è la deposizione di Nara Lazzerini, dal legale definita come una saltuaria collaboratrice di Gelli e non come sua segretaria. Il legale del maestro venerabile soggiunge che la donna ha inviato alla Corte di Assise di Bologna una lettera con cui fa presente che una sua eventuale morte (minaccia anticipatale dal giornalista Fabiani, del settimanale Espresso) sarebbe da addebitare a Raffaello Gelli, per conto del padre, oppure a Maurizio Costanzo per tramite di Berlusconi.
Ma il reale intendimento di quell’incontro (tra Dean e Parisi), chiarito dal difensore di Licio Gelli dopo varie tergiversazioni, è il seguente: occorre interrompere il disegno persecutorio in atto nei confronti del maestro venerabile, in quanto è “tragicamente ridicola l’imputazione per la strage di Bologna”, che peraltro non gli è stata ancora rivolta. Aggiunge Dean che il suo interlocutore, cioè il capo della Polizia, “può fare molto” per ridimensionare il tutto. Aggiunge anche di avere a tale proposito già contattato il ministro di Grazia e Giustizia e il vice segretario del P.S.I. Claudio Martelli, nonché esponenti della DC e di altri partiti. Conclude invitando il ministro (dell’Interno) a prendere in mano la gestione complessiva della vicenda perché “se viene esagerata e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli, allora quei pochi che ha (Gelli, ndr) li tirerà fuori tutti”.
Al termine, l’avv. Dean ha espressamente chiesto che le sue considerazioni, dal contenuto chiaramente estorsivo, venissero rappresentate nella giusta sede, non senza evidenziare che “tra i documenti sequestrati a Gelli nel 1982, vi sono degli appunti con notizie riservate che spetterà poi proprio al Gelli avallare o meno, sulla base del come gli verranno poste le domande stesse”.
Il legale concludeva affermando di essere avvertito se “il discorso fatto avrà un seguito positivo”.
Su come verranno poste le domande a Gelli sugli “appunti con notizie riservate”, si richiama la sorprendente lacunosità dell’unico interrogatorio cui venne sottoposto il venerabile dai magistrati milanesi.
Ma è certo che quella minaccia estorsiva rivolta senza mezzi termini ai vertici della Repubblica, non rimase senza conseguenze. Non, come auspicabile, nello stimolare iniziative penali contro Gelli, per la sua sfida allo Stato, come l’uso corretto delle norme penali avrebbe imposto. Al contrario quella minaccia rappresentò il culmine di una offensiva che sfociò nell’assoluzione, all’esito del primo processo di Appello, per tutti gli imputati di strage e nel ridimensionamento delle accuse a loro carico.

22. Ma Gelli non è il solo a lanciare intimidazioni. È in corso il primo processo innanzi la Corte d’Assise di Appello di Bologna. Giulio Andreotti, ministro per tutte le stagioni, fedele alleato di Gelli, al quale garantisce che le nomine dei vertici militari e dei servizi segreti avvengano tutte tra gli iscritti alla massoneria piduista, dalle colonne di Epoca, dove gli è riservata una rubrica, lancia frasi delegittimanti le indagini condotte dal p.m Libero Mancuso: il sottoscritto. Insinua che un verbale contenente dichiarazioni non gradite provenienti dal reclutatore piduista del Sisde, prof. Ferracuti, è falso: quelle dichiarazioni non sono state mai rese e sono frutto della fantasia del p.m.
Si trattò di questo: un noto personaggio, anche lui iscritto alla P2 ed incaricato di gestire il reclutamento per conto del nostro servizio segreto interno, nell’immediato dopo Moro si recò negli Stati Uniti per rassicurare gli alleati circa la tenuta dei nostri servizi di sicurezza. Evidentemente gli americani non comprendevano come fosse riuscito a terroristi iscritti nell’area dell’ultra sinistra, le Brigate Rosse, preparare e portare a termine un rapimento/omicidio in grado di condizionare così profondamente la politica nazionale. Ne derivava che il rapporto con il loro agente d’influenza Licio Gelli non fosse più sufficiente o idoneo alla gestione dei loro interessi. In quell’occasione suggerirono al prof. Franco Ferracuti la nomina, alla guida del nostro servizio segreto civile, di tale Francesco Pazienza, all’epoca illustre sconosciuto. Ferracuti ritenne la proposta inaccettabile e la bocciò. Sennonché analogo tour informativo e rassicurante lo svolgeva anche il presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Che avallò la nomina di quell’oscuro medico condotto a vertice occulto del nostro servizio segreto. Non più, si badi bene, di quello civile, vista l’opposizione del reclutatore Ferracuti, ma di quello militare, grazie al consenso del presidente del Consiglio e del ministro della Difesa.
Una volta in Italia Francesco Pazienza manovrò con successo per la bocciatura elettorale del presidente democratico Billy Carter, in favore del repubblicano Ronald Reagan (operazione Billy gate, condotta nel deserto libico con mezzi e personale del nostri servizi segreti militari). Si impegnò, su mandato del ministro Andreotti, nel salvataggio del piduista assassino e bancarottiere Sindona e delle sue banche (operazione denominata O.S.S.A.: Onorata Società Sindona-Andreotti). Rilasciò un’intervista a un noto giornalista italiano, Andrea Barberi, al quale rivelò che si trovava in Italia con il preciso compito di sostituire Licio Gelli al vertice della P2, lasciando intatta ed operativa quella struttura, all’epoca ancora occulta.
A proposito di tutto ciò Andreotti lasciava intendere, nella rubrica sul periodico Epoca, che le dichiarazioni attribuite al prof. Ferracuti le avessi in realtà inventate io: il p.m. Libero Mancuso. Per tale motivo, nella ragionevole convinzione che fosse sparito dal fascicolo, mi misi alla ricerca di quel verbale che invece trovai regolarmente allegato agli atti. Verificai anche che la sua deposizione il prof. Ferracuti l’aveva sì resa a me, ma alla contestuale presenza del collega Attilio Dardani. E che l’aveva ripetuta pure innanzi alla Corte d’Assise d’Appello.
Le dichiarazioni di Ferracuti non erano dunque una mia invenzione, ma rappresentavano un più che valido motivo per spingere l’abituale sovventore di stragi e di tentativi eversivi ad organizzare l’ennesima. Francesco Pazienza arrivava in Italia alla guida del Sismi con il preciso compito di esautorare il maestro venerabile, lasciando intatta l’operatività della loggia P2. Licio Gelli veniva improvvisamente esautorato dei propri enormi poteri che gestiva oramai in maniera debordante e personale. Era una svolta per lui inaccettabile, che richiedeva una risposta all’altezza della posta in gioco.


francesco pazienzaL'ex 007 Francesco Pazienza

23. Si tenga conto che, subito dopo la strage alla stazione, nell’ottobre 1980, Licio Gelli in persona, dalle colonne del ‘suo’ giornale il Corriere della Sera (Tassan Din, Rizzoli e Di Bella, editori e direttore del prestigioso quotidiano, erano iscritti alla P2), rilasciava un’intervista ad un altro illustre iscritto alla P2, Maurizio Costanzo. Alla domanda (che si rivolgeva da solo), su cosa intendesse fare da grande, dà la significativa risposta: “il burattinaio”, richiamando ancora una volta all’ordine chi avesse maturato l’intenzione di mollarlo. Qualche mese dopo (marzo 1981) vi fu la perquisizione a villa Wanda, su iniziativa di magistrati della procura milanese, a cui seguirono il disvelamento della struttura piduista, il succedersi di crisi di governo e la caduta, almeno apparente, del potere di Licio Gelli.

24. Conobbi il dolore di Torquato Secci e di sua moglie per la perdita del loro figlio, studente universitario a Bologna, tra le oltre 80 vittime della strage del 2 agosto. Un dolore che ho condiviso e che ancora oggi, scomparsi quei genitori, porto dentro di me. Ho fatto a meno di riconoscimenti, mai cercati e mai ricevuti. Ricordo però con amarezza gli innumerevoli procedimenti disciplinari che il ministro della Giustizia proponeva contro di me e dai quali sono stato sempre assolto. Alternati ai procedimenti penali che affliggevano la mia persona e, inevitabilmente, la mia famiglia. Anche in questi casi è stata riconosciuta la mia correttezza professionale.

25. Ma ancora oggi non riesco ad accettare quanto mi capitò in occasione della più velenosa delle offensive portate al processo nel tentativo di inquinarlo. Tutto avvenne nel corso del primo dibattimento di secondo grado concluso con alleggerimento di pene e assoluzione dei mandanti della strage. Nel corso di quella fase processuale, i difensori degli imputati consegnarono a ciascun giurato popolare un dossier di false accuse nei miei confronti contenute in un documento redatto in puro stile intimidatorio dal settimanale ‘Il Borghese’, il cui direttore, il neofascista Mario Tedeschi, come gli altri iscritto alla P2, è stato recentemente dichiarato responsabile della strategia stragista conclusasi il 2 agosto 1980. False accuse sorrette da una parallela offensiva imbastita dal difensore dei coniugi Secci, costituiti parti civili contro gli autori della strage. Si trattava dell’avvocato Roberto Montorsi, a giusta regione considerato il capofila dei legali di parte civile, il più preparato e profondo conoscitore di ogni carta processuale. Un ex capitano dei Carabinieri che, inopinatamente, si era recato a villa Wanda e qui aveva rilasciato nelle mani del venerabile, contro cui era costituito parte civile, uno scritto assolutorio che conteneva pesanti insinuazioni nei mei confronti. La tesi era che sarei stato indotto a sostenere l’accusa contro Gelli, pur sapendolo innocente, a causa della mia supposta militanza nel partito comunista. I giornali inondarono per giorni le loro pagine di quelle accuse che il difensore di parte civile rivolgeva contro di me. Il procuratore della Repubblica pensò bene di affidare le indagini (contro di me!) ad un mio collega che aveva la sua stanza accanto alla mia. Raccoglieva le accuse nei miei confronti in più verbali che divenivano, già il giorno successivo, di comune dominio. Non si accorse che non poteva raccogliere quelle accuse, in quanto all’epoca era competente la magistratura fiorentina per reati attribuiti a magistrati emiliani. Non si accorse che avrebbe dovuto ascoltare l’avvocato Montorsi in presenza di un suo difensore di fiducia essendosi irrimediabilmente reso autore del reato di infedele patrocinio: era passato dalla difesa delle persone offese dal delitto di strage a sostenere l’innocenza del principale imputato, Licio Gelli. Il quale era stato condannato in via definitiva per avere intossicato le indagini al fine di impedire che si arrivasse alla condanna degli esecutori materiali e di chi li aveva protetti! E non si accorse neppure, il mio collega, di essere incompatibile con il ruolo di magistrato in quanto il suo nome era apparso nella medesima lista in cui figuravano anche i nominativi degli imputati Musumeci, Belmonte e Pazienza, tutti accomunati nella medesima loggia di massoni gestiti direttamente da Licio Gelli.
Eppure non vi fu nessuna solidarietà nei miei confronti, nessuna manifestazione di stima, nessuna denuncia per le gravissime omissioni di cui si erano macchiati il collega magistrato e il capo dell’ufficio.
Un corto circuito incredibile, che non destò la curiosità, direi l’indignazione, di nessuna associazione magistrati, di nessun partito, di nessun intellettuale. E il p.m. Mancuso dovrà spiegare da indagato, ai giudici di Firenze, che quella ordita da Gelli e soci è un’imboscata indecorosa e calunniosa, l’ennesima, organizzata dalla potente consorteria piduista.

26. Come si è detto sopra Bologna, dopo 50 anni dalla tragedia del 2 agosto 1980, non ha ancora esaurito la sua ferma volontà di accertare tutte le responsabilità degli autori della strage più cruenta avvenuta nel nostro Paese in tempi di democrazia nonché il disegno eversivo che mosse quelle mani omicide.
Ritengo abbia ragione la Corte d’Assise d’Appello di Bologna quando sostiene che meritino di essere approfonditi i ruoli dei fratelli Di Nunzio, elargitori di danaro dell’Ambrosiano, e i destinatari di tali elargizioni; il ruolo di Gelli, padrone dei nostri servizi di sicurezza e dei destini dei principali attori della politica nazionale; chi si sia servito di loro e quale ruolo in concreto abbia svolto la loggia P2 nell’interesse di apparati atlantici nordamericani. Così come merita di essere approfondita, sempre per la Corte di Bologna, la capacità del maestro venerabile di intimidire e ricattare i vertici del ministero dall’interno. Lo dimostra la vicenda del documento Artigli, consegnato al capo della polizia quando era in corso a Bologna il processo contro Gelli e i vertici del Sismi per la vicenda della valigia carica di esplosivo collocata, sei mesi dopo la strage del 2 agosto, sul treno Taranto-Milano.

27. Va poi ricordato che soggetti che mostravano di voler far luce sulle stragi di Brescia e Bologna, cioè i neofascisti Buzzi e Palladino, venivano spediti per iniziativa di chi era alla guida del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), non appena sorpresi a manifestare intenzioni confessorie e collaborative, nel carcere di Novara, in balia del boia delle carceri, il neofascista assassino Pierluigi Concutelli, che provvedeva ad eliminarli. Buzzi il 12 agosto 1982, con il concorso di Mario Tuti, e Palladino il 13 aprile 1981, entrambi mediante strangolamento.
All’epoca il DAP era guidato da Ugo Sisti, cioè da colui che la sera successiva alla strage di Bologna, quando rivestiva il ruolo di capo della Procura della Repubblica di Bologna, si trovava nell’albergo di proprietà del padre di Bellini, il cui figlio Paolo è stato recentemente condannato all’ergastolo quale autore materiale dell’attentato. Ugo Sisti è colui che premiava il Bellini quale brillante aviere mentre era latitante e si nascondeva sotto il falso nome di Da Silva e la falsa nazionalità argentina.


ciro cirilloL'ex assessore DC della Regione Campania Ciro Cirillo

28. Nel 1981-1982, alla guida del DAP, Sisti affidava l’incarico di tentare la liberazione di Cirillo, assessore presso la Regione Campania e uomo di fiducia di Gava di cui amministrava gli affari leciti e illeciti, al suo amico Musumeci, vertice del SISMI e iscritto alla P2. I due si erano conosciuti a Reggio Emilia, mentre Sisti svolgeva l’incarico di procuratore della Repubblica e Musumeci comandava la Legione dei Carabinieri. Sisti consentirà l’accesso nel supercarcere di Ascoli Piceno degli assassini seriali Casillo e Iacolare, all’epoca vertici della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, in guerra con la consorteria criminale denominata “Nuova famiglia”, diretta da Carmine Alfieri. In quel carcere di massima sicurezza, che ospita anche esponenti dei vertici brigatisti, è detenuto Raffaele Cutolo. A fargli visita di cortesia, con Casillo e Iacolare, c’è anche il sindaco di Giugliano Granata, uomo di Antonio Gava, all’epoca ministro, per trattare con i capi delle BR la liberazione di Ciro Cirillo. Ai due camorristi vengono rilasciate per quell’incontro le credenziali di dottor: dr. Casillo e dr. Iacolare, sebbene si distinguessero più per il numero delle persone assassinate nella guerra di camorra che per le loro lauree, letteralmente inventate dal DAP al fine di giustificare l’ingresso nel supercarcere.
L’accordo con i brigatisti si troverà grazie a danaro proveniente dalle casse del Sismi e da una colletta tra costruttori interessati alla ricostruzione del dopo terremoto in Campania (novembre 1980). Verranno consegnati brevi manu un miliardo e 500 milioni a uomini che rispondono al capo delle BR Giovanni Senzani: tanto è costata la liberazione di Ciro Cirillo. Un investimento dei costruttori napoletani per tornare a gestire con danaro pubblico e con gare di appalto truccate la ricostruzione del territorio gravemente danneggiato dal terremoto.

29. Stride l’attivismo dei nostri servizi segreti per ottenere la liberazione dell’ostaggio Cirillo, oscuro esponente del sottobosco del potere di Gava, a confronto con la loro inerzia in occasione del sequestro del segretario democristiano Aldo Moro, ad opera della medesima organizzazione eversiva. Le Brigate Rosse compresero i rischi della loro permanenza nelle carceri di massima sicurezza allorché si videro avvicinare dai due cutoliani pluriomicidi latitanti, giunti nel supercarcere come emissari istituzionali, in grado di minacciare la loro incolumità fin dietro quelle sbarre. Un avvertimento talmente esplicito, rappresentato da quelle presenze, che servì ad ottenere il consenso al rilascio dell’ostaggio dietro un lauto finanziamento alla camorra e alle Brigate Rosse da parte dello Stato.

30. Erano gli anni in cui poteva accadere di tutto con una massoneria piduista intenta ad occupare le stanze di un potere pesantemente inquinato dalla illegalità. Un potere che, se messo alle strette, non esitava a scendere in campo richiamando il suo passato eversivo e sanguinario in grado di condizionare, con i suoi messaggi estorsivi e le sue imbarazzanti alleanze, il difficile percorso di una giovane democrazia affidata al mandato popolare. Una democrazia che aveva scelto di cancellare la monarchia, di trasformarsi in repubblica, di fondare lo Stato sul consenso popolare e su una costituzione profondamente attenta ai diritti e ai doveri dei cittadini. Ma questa democrazia non aveva messo nel conto la potenza dei nemici della trasformazione istituzionale: organizzazioni eversive capaci di stabilire alleanze tra consorterie mafiose, servizi segreti, nuclei neofascisti e poteri istituzionali.
Non aveva messo nel conto gli agguati sanguinari e mortali che le forze antidemocratiche rimaste attive nel nostro Paese sarebbero state in grado di scatenare, ponendo ripetutamente in pericolo la civile convivenza, spinte dall’odio contro lo stato di diritto e contro le regole costituzionali.

*magistrato, avvocato e politico, Libero Mancuso è stato il pubblico ministero che ha indagato sulla strage di Bologna nel processo che ha portato alla condanna all'ergastolo per Giusva Fioravanti e Francesca Mambro e per favoreggiamento Licio Gelli, Pietro Musumeci, Giuseppe Belmonte e Francesco Pazienza. Ha lavorato anche nei processi alla banda della Uno Bianca, per la quale ha scritto la sentenza definitiva, e sull'omicidio di Marco Biagi da parte delle Nuove Brigate Rosse, ed è stato ascoltato, come consulente e persona informata sui fatti, nella Commissione parlamentare d’inchiesta su stragi e eversione e nella Commissione Mitrokhin. Dal 2021 è il presidente onorario di "Law - Legalità e diritti al lavoro". 

 

 

 

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