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Se tre indizi fanno una prova, a Reggio Emilia abbiamo oggi un problema. Mettiamo in fila gli indizi, per capire.

1) La Consulta provinciale per la Legalità perde un altro pezzo con le dimissioni formalizzate l’8 marzo 2023 dalla referente scientifica prof. Stefania Pellegrini, attraverso una lettera inviata al sindaco di Reggio Luca Vecchi.

2) Il prefetto Iolanda Rolli, come ultimo atto del suo mandato a Reggio Emilia, invia a fine marzo una Commissione di indagine composta da funzionari e personale delle Forze dell’Ordine nel comune di Casina, per verificare eventuali tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nelle attività dell’ente pubblico.

3) L’Ordine degli Avvocati di Reggio Emilia prende per buono l’attacco all’inchiesta Aemilia lanciato dall’ex procuratore Roberto Pennisi (sostiene che si indagò a senso unico senza voler toccare i politici del PD) e invita a una seria riflessione “sulle cause di una simile violazione dei principi di imparzialità, autonomia e indipendenza della magistratura”.

Sullo svuotamento della Consulta per la Legalità, altri indizi erano già emersi in passato. Il responsabile dell’area DEP (Documentazione, Educazione, Prevenzione) se n’era andato l’11 ottobre 2021, dopo aver consegnato il progetto di un centro di documentazione sulle infiltrazioni mafiose a Reggio Emilia, che non ha mai visto la luce. L’autore di quel progetto ero io che scrivevo nella lettera di addio: “Credo che a distanza di tre anni dalla sua costituzione la Consulta abbia oggettivamente prodotto troppo poco per ritenere soddisfacente il suo operato”.

Un anno dopo è uscita dalla Consulta l’associazione Agende Rosse “Rita Atria” che in provincia di Reggio Emilia svolge un grande lavoro di divulgazione. Nel comunicato che spiegava la scelta c’era scritto: “In questa Consulta volevamo esserci per lavorare assieme, spinti dalla necessità di costruire un ‘noi’. Oggi ne usciamo come testimoni di quello che per noi è un fallimento”.

Il 10 gennaio 2023 è stato il sindaco di Castelnovo Monti Enrico Bini a lasciare la Consulta dicendo: “Dobbiamo essere più preparati di fronte alle infiltrazioni ma non c’è la volontà. Se deve essere così è meglio sciogliere questo organismo”.

In questi giorni infine tocca alla professoressa Pellegrini, che insegna all’Università di Bologna ed è responsabile del master di II livello incentrato su “Gestione e riutilizzo dei beni confiscati e sequestrati alle mafie”. Dice Pellegrini nella sua lettera: “Non è mia natura assumere incarichi con valenza puramente simbolica e formale, ma in questi anni di vita della Consulta non ho avuto la possibilità di intervenire”.

Una sola cosa merita di essere chiarita a commento: chi va via dalla Consulta, non va via dai propri impegni e azioni contro le mafie. Sceglie semplicemente di andarli a svolgere in luoghi più idonei e con metodi più incisivi.

Sul secondo tema, l’arrivo della commissione prefettizia in Comune a Casina, sappiamo che la decisione prende spunto dalla vicenda dell’assessore ai lavori pubblici Tommaso Manfreda. Titolare di una impresa edile alla quale il prefetto Rolli aveva negato l’iscrizione alla White List per il rischio di “condizionamento da parte della criminalità organizzata”, Manfreda si era dimesso rivolgendosi al Tar che ha respinto il suo ricorso. Sull’arrivo della commissione prefettizia il sindaco di Casina Stefano Costi, che guida una maggioranza nata da una lista civica, ha dichiarato: “Siamo a disposizione e siamo tranquilli, perché abbiamo sempre operato con trasparenza”. Il “sempre” andrebbe a nostro avviso sostituito con un “quasi sempre”, perché ai primi di aprile di quest’anno il sindaco Costi ha messo da parte la trasparenza e negato a una troupe di Telereggio la possibilità di riprendere il consiglio comunale che avrebbe discusso del tema “commissione prefettizia”. Il divieto è l’ennesimo bavaglio al diritto di informare e di essere informati. Commenta Matteo Naccari, presidente dell’Aser, il sindacato regionale dei giornalisti: “Insomma, un sindaco invece di dare più visibilità possibile al confronto su un argomento come la mafia, si aggrappa a strani regolamenti e vieta ai giornalisti di raccontare quanto avviene in un luogo pubblico. E’ così che si limita la libertà di stampa, un bene di tutti i cittadini che viene ancora una volta calpestato”.

Arriviamo infine all’ultimo indizio del “qualcosa che non va” in provincia di Reggio Emilia. Una teoria che non ha retto alla prova dei fatti e dei giudici, viene nuovamente rilanciata dall’ex magistrato della Procura Nazionale Antimafia Roberto Pennisi, da tempo in pensione, con una dichiarazione al “Giornale” del 7 marzo 2023: “Mi impedirono di indagare sui rapporti cosche e PD. Nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta in Emilia, la Procura non volle toccare i politici”. Se Pennisi lo avesse detto il 29 gennaio 2015, dopo la conferenza stampa che seguì la notte degli arresti di Aemilia, sarebbe stato più credibile. Allora il Procuratore di Bologna Roberto Alfonso sostenne l’esatto contrario: “Anche la politica locale è coinvolta nell'inchiesta. Gli inquirenti hanno documentato attività di supporto e tentativi di influenzare elezioni amministrative da parte degli affiliati al gruppo criminale in vari comuni dell'Emilia (La Repubblica)”.

Normalmente si indaga quando si ravvisano ipotesi di reato. Non esiste la par condicio politica nel lavoro di carabinieri e DDA. Esistono i fatti da cui si parte. Nell’inchiesta Aemilia si indagò su Giovanni Paolo Bernini e su Giuseppe Pagliani non perché erano politici di centrodestra, ma perché i mafiosi sotto osservazione parlavano di loro. Il nome di Bernini, allora presidente del consiglio comunale di Parma, emerge in una intercettazione dei carabinieri che controllavano il presunto boss (poi definitivamente condannato) Romolo Villirillo: “Bernini deve fare il conto che ha già vinto!”. Il nome di Pagliani spunta da una telefonata a Reggio Emilia di Alfonso Paolini (anche lui definitivamente condannato per 416 bis) che gli dice, in preparazione della famosa cena programmata per replicare alle interdittive del prefetto De Miro: “Qua dobbiamo andare a senso unico… qua ci appoggiamo a Giuseppe… e questi qua, veramente Giuseppe, sono gente che… i voti ti porteranno in cielo!!”

Se Bernini è stato poi prosciolto per decorrenza dei termini, nulla toglie al fatto che lui “…assicurava al Villirillo il versamento a suo favore della somma complessiva di € 50mila in caso di esito positivo della competizione elettorale” (sentenza Cecilia Calandra, 2017). Se Pagliani è stato poi definitivamente assolto in Cassazione, nulla toglie al fatto che partecipò a quella cena con gli imprenditori in odore di ‘ndrangheta e che furono i fratelli Sarcone (capimafia a Reggio Emilia definitivamente condannati) a spiegare in seguito: “Il nostro intento era quello di chiedergli un appoggio a livello mediatico e politico per sollevare il problema delle interdittive, posto che tanti di noi lo avevano votato” (sentenza Cecilia Calandra, 2017).

Questa è storia, mentre non esiste un’altra storia. Non esistono intercettazioni e presunti reati che coinvolgano altri esponenti politici oltre a quelli indagati in Aemilia. A questa conclusione arrivarono anche i diversi magistrati, tra i più competenti in materia di contrasto alle mafie in Italia, che nell’aprile del 2014 si incontrano a Roma per discutere dell’indagine Aemilia davanti a Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti. C’erano naturalmente Marco Mescolini e Roberto Alfonso, arrivati da Bologna, e con loro, per le rispettive competenze territoriali, i colleghi della Calabria, della Lombardia e del Lazio. Tra gli altri: Vincenzo Antonio Lombardo, Giovanni Bombardieri, Cristina Moregola, Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino... C’era anche Roberto Pennisi a quella riunione, ma non si discusse di presunte indagini insabbiate per salvare esponenti del PD. Come non ce n’è traccia nelle circa 10mila pagine complessive delle sei sentenze scritte dai giudici nei diversi gradi di Aemilia, dove pure si sottolineano i tanti presunti reati ancora non indagati e collegati alle attività illecite della ‘ndrangheta in regione.

Possibile che si siano tutti sbagliati o, peggio, che tutti facessero parte di un complotto politico?

Dovrebbe chiederselo anche il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Reggio Emilia, che in una nota stampa del 22 marzo accetta come veritiera la tesi dell’indagine politicamente orientata e ne deduce la necessità di “una seria riflessione”. All’Ordine degli Avvocati consigliamo “una seria riflessione” anche sul silenzio tombale con il quale lo stesso Ordine ha accolto la condanna di un avvocato e la denuncia di un secondo, per presunti reati commessi a processo in corso. Nel primo caso si trattava del difensore di un imputato di Aemilia, nel secondo di un difensore nel processo Grimilde.

E questi sono fatti realmente accaduti. Non semplici teorie.

Paolo Bonacini

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