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L’operazione Minefield (campo minato), condotta in Emilia-Romagna da Guardia di finanza e carabinieri, ha messo in luce un’organizzazione criminale che utilizzava fatture false per riciclare denaro, coinvolgendo 251 società in diversi settori come cantieristica, manutenzione industriale, pulizie, noleggio auto e commercio all’ingrosso. Collegata alla ’ndrangheta, l’organizzazione gestiva affari per 30 milioni di euro. Sono state eseguite 15 misure cautelari, indagate 100 persone e 81 società in Emilia, Calabria, Campania, Toscana, Lazio, Lombardia, Marche e Veneto. Sequestrati 30 milioni di euro, più 300mila euro in contanti, lingotti d’oro, diamanti e orologi Rolex di grande valore nelle perquisizioni di questa mattina.

Secondo il generale della Guardia di finanza Ivano Maccani, comandante regionale dell’Emilia-Romagna, «dalle indagini emerge che ci sono imprenditori e professionisti che anziché denunciare la criminalità organizzata preferiscono farci gli affari. Nessuno spazio e nessuna giustificazione devono essere concessi a questa categoria di imprenditori e professionisti».

Per la Cgil, la falsa fatturazione a cui ricorrono i sistemi criminali per aumentare i propri guadagni, rischia di essere praticata o tollerata endemicamente come “male minore o necessario”, in un mercato dove la concorrenza senza scrupoli premia i pescecani e affonda i poveri pesciolini che rispettano le regole. Viviamo in un Paese in cui vengono emanati decine di condoni all’anno per chi evade imposte; fregare un po’ d’IVA allo Stato può diventare un normale “rischio d’impresa”!

Eppure, gli effetti devastanti della falsa fatturazione ricadono comunque sulle nostre spalle, sulle entrate pubbliche e sulla tenuta del nostro welfare state. Squadre di “colletti bianchi”, come vengono evidenziate dalle innumerevoli e continue inchieste, organizzano sofisticate “Truffe Carosello” che, oltre a creare danni alle casse dello Stato, affossano la libera concorrenza, abbattono il costo del lavoro e creano dumping sociale.

Facciamo nostre le parole del Procuratore Capo di Reggio Emilia Calogero Gaetano Paci: «Il meccanismo non è più di infiltrazione nell'economia ma sostanziale all'economia: si può dire un reticolo congenito. L'associazione non è di tipo mafioso ma l'humus è quello. E particolarmente grave è il ruolo dei professionisti: senza il loro supporto, sostegno e know how l'organizzazione criminale non avrebbe potuto spostare il denaro e reimpiegarlo».

Questi fenomeni illegali devono essere contrastati da tutti i soggetti istituzionali, associazioni di categoria, organizzazioni sindacali e ordini professionali. Impegni che vengono più volte richiamati da decine di Protocolli sottoscritti su tutto il territorio regionale. La Cgil è determinata a portare il suo contributo come sempre ha fatto.

 

 

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