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Il 7 settembre scorso a Rimini un appuntato scelto dei Carabinieri Forestali, di 39 anni, si è tolto la vita sparandosi un colpo alla testa in caserma con la pistola d’ordinanza. È uno dei 59 suicidi, neppure l’ultimo, avvenuti nel 2022 tra gli uomini e le donne delle Forze dell’Ordine italiane. Qualche giorno prima a Bologna, nel carcere della Dozza, un condannato di 53 anni si era suicidato utilizzando i pantaloni della tuta per impiccarsi in infermeria. È uno dei 72 detenuti che si sono tolti la vita dietro le sbarre in Italia dal primo gennaio ad oggi. Anche in questo caso neppure l’ultimo.
C’è chi si spara, chi si impicca, chi si dissangua, chi si avvelena, chi si butta dal balcone. Al fondo (sia che parliamo di persone addette alla sicurezza o di criminali detenuti), c’è la disperazione senza appello. L’impossibilità di pensare ad un futuro accettabile. La scelta estrema come unica via d’uscita. È un dramma umano e collettivo le cui dimensioni sono allarmanti e che da tempo gli addetti ai lavori denunciano, perlopiù inascoltati.
L’ultimo caso italiano tra le Forze dell’Ordine si è verificato il 14 ottobre a Roma. Il coordinatore dell’Ufficio immigrazione del commissariato Monteverde, di 50 anni, si è sparato un colpo di pistola per strada. La sua compagna aspetta un figlio. Dieci giorni prima, sempre a Roma, una testa di cuoio del reparto speciale dei NOCS ha deciso di farla finita allo stesso modo: un colpo alla testa. Aveva 37 anni, sposato con tre figli.
Un suicidio ogni 4 giorni e mezzo: da Bari a Udine, dalla Sicilia alla Liguria, da Cosenza a Cuneo. Passando per Bologna, dove un agente della Polizia di 45 anni si è ucciso avvelenandosi in febbraio, e da Ravenna, dove a darsi la morte nello stesso mese con la pistola d’ordinanza è stato un Carabiniere scelto di 53 anni. Si muore giovani (a 23, 24, 25, 26 anni) forse anche perché la dura realtà non rispecchia il sogno che ha fatto scegliere quella professione. Si muore dopo una lunga carriera (a 57, 58, 59, 60 anni) forse anche perché quando si tirano le somme il bilancio è impietoso.
Si muore più degli anni passati (57 suicidi nell’intero 2021), che pure registravano percentuali tra le Forze dell’Ordine nettamente superiori ad ogni altra categoria di lavoratori. Si muore indipendentemente dall’arma o dalla funzione: 12 suicidi tra i carabinieri, 7 nella guardia di finanza, 20 nella polizia di stato, 4 nell’esercito e 5 nella polizia locale, 4 guardie giurate, 2 vigili del fuoco e un militare dell’aeronautica. Infine 4 agenti di polizia penitenziaria, tra i quali il caso più recente: un vice sovrintendente di 50 anni, istruttore di tiro con funzioni di sorveglianza generale, che si è tolto la vita il 10 ottobre nella propria abitazione. Lavorava nel carcere di Is Arenas in Sardegna.
“I numeri dei suicidi tra le forze dell’ordine sono impressionanti” affermava qualche mese fa al congresso nazionale del SILP/CGIL Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di polizia (poi sostituito da Pietro Colapietro per raggiunti limiti di età). Aggiungendo: “Cara politica, care istituzioni, i suicidi fra le forze dell'ordine sono in costante aumento e questo vostro silenzio assordante non fa per niente bene. Il settore ha bisogno di una riforma profonda che affronti innanzitutto il tema del disagio lavorativo. L’età media dei poliziotti è di 52 anni e l’organico è sotto di ben 12 mila unità dal 2008”.
Nell’aprile scorso la CGIL ha dedicato un convegno nazionale alla problematica dei suicidi tra le forze dell’ordine. È intervenuto il capo della Polizia Lamberto Giannini, che ha detto tra l’altro: “Spesso troviamo situazioni dove arrivano dei fulmini a ciel sereno”. È certamente così in tanti casi, ma guai a non vedere il temporale che minaccia tutti e oscura il cielo da troppo tempo. Aggiunge ancora Tissone dal congresso del Silp/Cgil: “La richiesta di aiuto viene spesso vista come un segno di debolezza, di inadeguatezza a svolgere un compito così gravoso come quello del poliziotto e molti temono che parlare dei loro problemi si traduca in stigma da parte dei colleghi. Poi c’è un momento critico: il rischio di allontanamento forzoso dall'ambito lavorativo, con ritiro di arma e tesserino, in caso di infermità neuro-psichiche. L'esclusione dal contesto socio lavorativo di riferimento e il conseguente senso di isolamento che ne deriva, la minaccia percepita di poter perdere il posto di lavoro, possono comportare importanti conseguenze di varia natura”. Il suicidio è purtroppo una di queste conseguenze in un paese, l’Italia, dove la percentuale delle morti volontarie è in generale tra le più basse in Europa (6,7 suicidi ogni centomila abitanti). Ma dove al contrario c’è un preoccupante trend in aumento dei suicidi in divisa.
I numeri che riguardano i detenuti sono, se possibile, ancora più preoccupanti. Basti dire che in Emilia Romagna, nel 2021, a fronte di 4 morti, sono stati registrati altri 164 tentativi di suicidio non andati a segno. Dice il garante regionale dei detenuti Roberto Cavalieri che “In Italia ogni anno in carcere, in media, su 10mila detenuti sono in 10,6 a togliersi la vita”. Un rapporto di 16 a 1 rispetto al dato riferito all’intera popolazione. E i gesti di autolesionismo arrivano in media a 20 ogni 100 detenuti. Uno su cinque si fa del male.
Se una delle cause scatenanti per le Forze dell’Ordine è la scarsità di personale che incide sulla qualità del lavoro e della vita, sui ritmi e sulle responsabilità, per i detenuti è la ragione opposta: il sovraffollamento delle carceri che genera situazioni disumane e non compatibili con i diritti universali della persona. Scrivevamo nel Rapporto n.0 di LAW (Legalità e Diritti al Lavoro) del 2021: “Le 10 strutture carcerarie della regione Emilia Romagna ospitano oggi 3.132 detenuti, contro una disponibilità regolamentare di 2.727 posti. Il tasso di affollamento è dunque del 115% (115 detenuti ogni 100 posti disponibili)”. Il Covid ha abbassato questa percentuale, che l’anno precedente era del 137%, ma è prevedibile che si arrivi presto a nuovi record. E nel resto dell’Italia è anche peggio.
Nel nuovo Rapporto n.1 del 2022, recentemente pubblicato, scrive l’avv. Gian Andrea Ronchi, legale di Parte Civile per la CGIL in numerosi processi contro la criminalità organizzata: “Il rapporto equilibrato e rispettoso della legalità tra il potere punitivo dello Stato e la libertà del singolo cittadino è il fenomeno più indicativo che è messo a disposizione della società per misurare il livello di progresso di un Paese: “Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione”. È una frase di François-Marie Arouet (Voltaire), scritta nel XVII secolo. Aggiungiamoci: “Fatemi vedere anche le vostre caserme” per renderla ancora più attuale. E per denunciare ciò che non va, tanto nelle carceri che nelle caserme, dove c’è chi sceglie la morte indipendentemente dall’età.
Lo fa quando arriva a sentirsi “figlio di un dio minore”, lontano e inascoltato, solo e senza alternative.

Paolo Bonacini

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