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Un gruppo criminale mafioso e particolarmente violento, legato alle famiglie di ‘ndrangheta dei Mancuso e dei Piromalli, insediate in Calabria tra le province di Reggio Calabria e Vibo Valentia. Un gruppo che non operava al sud ma nella nostra Emilia Romagna, da Reggio Emilia a Ravenna passando per Carpi, Campogalliano, Modena, Bologna, Imola, Forlì e, con particolare accanimento, a Cervia e Cesenatico. Sette dei 34 indagati risiedono in provincia di Modena, quattro a Bologna, tre a Ravenna, uno a Reggio Emilia, a Parma e a Cesena. Gli altri vivono in Calabria o nelle province di Milano e Brescia in Lombardia. È quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice di Bologna Domenico Truppa, su richiesta del sostituto procuratore Marco Forte, della Direzione Investigativa Antimafia, a conclusione dell’indagine chiamata “Radici”.

A dieci di loro è contestata l’associazione a delinquere di stampo mafioso: quattro sono finiti in carcere e tre agli arresti domiciliari. Per gli altri c’è l’obbligo di dimora. I reati vanno dalla bancarotta fraudolenta all’auto riciclaggio, dalla intestazione fittizia di beni e società alle estorsioni. Ma impressiona soprattutto la carica di violenza verbale e fisica con la quale imponevano alle loro vittime, lavoratrici in stato di bisogno, imprenditori in difficoltà finanziaria, proprietari di immobili e di società sulle quali mettevano le mani, la forza brutale della cosca. Alcune delle tante intercettazioni registrate dal Gruppo Investigativo della Guardia di Finanza danno la misura di questa rozza spavalderia criminale che caratterizza l’azione degli indagati.

A Cervia un tecnico esperto di macchinari dell’industria dolciaria, contattato per sistemare una attrezzatura nel luglio 2020 da Saverio Serra, uno degli uomini di vertice dell’organizzazione criminale, chiede il pagamento anticipato perché ha già maturato negli anni un credito di oltre 16mila euro che la “Dolce Industria srl”, su cui ha messo le mani la cosca, non si decide a saldare. A quel punto scatta la minaccia telefonica: “Poi ci vediamo di persona che ti spiego bene come funziona la vita! Tu sei un porco, hai capito? Se tu domani entro l’una non vieni e mi sistemi la macchina, vengo e ti mangio il cuore: te lo mangio!”

Saverio Serra, da poco superati i 50 anni, è identificato dalla Dda come un mafioso affiliato con il grado di camorrista alla cosca Mancuso. È nato a Vibo Valentia ma risiede a Cervia, assieme al figlio Leoluca di 30 anni più giovane. I due firmano nel 2014 un compromesso di acquisto di un immobile a Campogalliano, in provincia di Modena, per 170mila euro. Pagano solo 35mila euro al compromesso e si impossessano dell’appartamento. Quando i legittimi proprietari, marito e moglie che hanno avviato le pratiche civilistiche per rientrarne in possesso, ottengono la restituzione nel 2019, la replica è violenta: “Vengo e ti taglio la testa e giro per Campogalliano con la tua testa. Perché sai, quando finisce il corso dei giudici, inizia un’altra giustizia: quella divina! E ti giuro che questa casa se non me la prendo io non la prende nessuno! Te lo giuro davanti alla Madonna e a mio padre. Perché io non ho paura della galera! Me la faccio a fronte alta! Ma ci incontreremo sulle strade, dove abbiamo i nostri figli. Avete sbagliato il modo di agire e io non lo mando giù, né io, né (i miei figli) fino alla settima generazione!”

Marito e moglie tengono duro e quando Leoluca, il figlio di Saverio, si presenta a casa loro e tenta di sfondare la porta per aggredirli, chiamano le forze dell’ordine e lo mettono in fuga. Ma qualche tempo dopo la donna trova la propria auto bruciata nel parcheggio di casa.

Non meno violente e drammatiche sono le conseguenze che patiscono lavoratori e lavoratrici. Anche dai capi della organizzazione. Ai vertici della cosca, secondo la conclusione delle indagini, ci sono Rocco Patamia e il figlio Francesco. Sono entrambi originari di Reggio Calabria e mentre il padre risiede a Monte San Pietro sulle colline bolognesi, il figlio 34enne si è spostato a Milano dove ha compiuto una vertiginosa ascesa politica e imprenditoriale. Consulente di imprese europee e multinazionali, ma anche candidato alla Camera nelle ultime elezioni politiche con la lista “Noi moderati” di Maurizio Lupi nel collegio di Piacenza. Da presidente del Partito degli Europei e Moderati, poche ore prima del voto, aveva mandato un messaggio video su Facebook nel quale esprimeva un auspicio: “Io ci tengo particolarmente che domenica sera o lunedì mattina il risultato sia: festeggiare la vittoria del centro destra”. Ora è in carcere. È accusato tra l’altro di avere portato al fallimento tra il 2018 e il 2020, distraendone i beni, l’impresa FP Group srl con sede a Reggio Emilia. Lui e la famiglia, secondo la Guardia di Finanza, ne sono sempre stati i reali proprietari nonostante il frequente ricorso a prestanome e continui cambi della denominazione sociale. Il padre Rocco e Alessandro Di Maina, nato a Bologna e residente a Cesenatico, nell’agosto 2018 minacciavano di morte un dipendente della cooperativa sociale Zerocentro, società appaltatrice della raccolta rifiuti per conto di Hera spa a Cesenatico. La società FP Group della famiglia Rocco aveva acquisito in via Carducci la “Osteria al Trinchetto” alla quale veniva contestato l’abbandono di rifiuti in modo improprio. I due dicono al lavoratore che ha segnalato l’illecito amministrativo: “Ti ammazzo. Tanto ti trovo prima o poi a Cesenatico”. Analogo trattamento è riservato anche agli agenti della Polizia Locale intervenuti in un altro locale della FP Group, il “Chioschetto Bar dei Pini”, per una ispezione tecnica disposta dal Comune.

Il consulente finanziario incaricato dalla cosca di trovare le risorse che servono per l’acquisto di un immobile subisce una semplice minaccia quando si presenta in ritardo e senza i soldi: “Ti ammazzo come il porco”. E poco dopo, il 24 ottobre 2019, viene pestato alla luce del giorno all’uscita del casello autostradale di Reggio Emilia. Portato in ospedale al Santa Maria Nuova con due costole rotte e il volto sanguinante, ammette di essere stato picchiato ma scappa prima di essere curato.

I Patamia padre e figlio sono anche gli amministratori “formali e di fatto” della Dolce Industria srl dichiarata fallita nel novembre 2019 dal Tribunale di Forlì. Alla fine del 2018 con quella società firmano un contratto d’acquisto per 350mila euro di un laboratorio di pasticceria a Cervia, chiamato “Dolce Idea srl”. Pagano con cambiali fasulle poi spostano il ramo d’azienda in capo alla sempre presente FP Group di Reggio Emilia. Quando il titolare truffato inizia a lamentarsi e a pretendere la restituzione del laboratorio è Francesco Patania a zittirlo: ““Piuttosto che ridarti indietro l’azienda te la brucio con la benzina”. Dirà il titolare alle forze dell’ordine: “Mi hanno intimato di non fare storie e di non rivolgermi a legali 0 ci sarebbero state conseguenze personali per me”.

In quel laboratorio di pasticceria si consumano anche le più odiose vessazioni dei dipendenti che i nuovi padroni mettono immediatamente in atto: con mansioni di tuttofare, lavapiatti, cameriere, fattorino, barista, aiuto cuoco, uomini e donne vengono costretti a lavorare fino a 12 ore al giorno senza pause, senza riposi settimanali, senza ferie, con stipendi ampiamente al di sotto di quanto previsto dai contratti. Vengono costretti ad utilizzare acidi corrosivi per le pulizie, senza adeguate protezioni, e alle loro lamentele si risponde con epiteti come “Sei un cretino! Sei un deficiente!” Una dipendente che chiede il pagamento di ore di lavoro straordinario effettuate viene intimidita e costretta a firmare una fasulla contestazione disciplinare nei propri confronti, per fatti assolutamente inventati, che le comporta l’opposto: una diminuzione dello stipendio. Altre due dipendenti si vedono sequestrati i telefoni cellulari durante il lavoro perché i capi vogliono controllare i loro messaggi personali e sono fatte oggetto di continue e gravi umiliazioni a sfondo sessuale. Una di queste, disperata, si licenzia sebbene non abbia alternative di lavoro. Meglio disoccupata e libera che umiliata, minacciata, sfruttata.

C’è ancora tanto altro tra gli elementi di prova raccolti dalla Guardia di Finanza, ma questo riassunto è più che sufficiente per lasciare ammutoliti. La segretaria della Camera del Lavoro di Cesena Silla Bucci, assieme ai segretari di categoria Gianluca Gregori e Lorenzo Biondi, è intervenuta dopo gli arresti per dire che i segnali sulle vessazioni, sullo sfruttamento e sulle minacce che interessano i lavoratori del settore alberghiero, dell’industria dolciaria, dei bar e dei ristoranti in riviera sono purtroppo ripetuti e dal 2018 a oggi, grazie alla costante presenza sul territorio, il sindacato è riuscito a dare assistenza a chi ha chiesto aiuto. Ma “quanto emerso finora dalle indagini non fa altro che confermare un fenomeno che viene denunciato da anni dalla Cgil: nei territori dove si creano le condizioni per un lavoro precario e senza tutele, vi è un terreno fertile per le organizzazioni che vogliono lucrare a spese di tutta la collettività”.

Ne parleremo in un prossimo articolo.

Paolo Bonacini

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