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Il 19 luglio 2026, nel quartiere Pilastro di Bologna, si è consumata una tragedia. Un uomo, Abderrahim Fakir, in evidente stato di difficoltà psichica, è deceduto durante un intervento di una pattuglia della Polizia di Stato alla presenza di personale sanitario costituito da un’ambulanza composta da soli soccorritori.
È ovvio che le eventuali responsabilità penali saranno accertate dalla magistratura ma a me preme riflettere non sul come ma sul perché di quella assurda morte.
Premetto di essere un ex poliziotto in servizio attivo fino al 31 luglio del 2026 – quindi ancora in attività quando sono successi i fatti – proprio nell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Questura di Bologna ovvero l’ufficio delle volanti ove ho prestato la mia opera per trentasei anni.
Analizzando i fatti a monte, risulta che vi sia stata una o più segnalazioni al numero unico di emergenza “112” per una persona che urlava nella rampa dei garage di via Italo Svevo.
Quindi, da ciò che al momento sappiamo, questa persona non era stata segnalata armata, non mostrava di essere pericolosa per le persone, agiva in uno stato confusionale e di evidente alterazione.
La prima riflessione che faccio è: per quale motivo è stata fatta intervenire la Polizia e il personale sanitario è stato inviato in ausilio e non è avvenuto il contrario? In questo caso la Polizia avrebbe dovuto solamente dare ausilio ai sanitari al fine di preservarli da una possibile aggressione da parte della persona in condizione di disagio – e sappiamo bene che i sanitari sono una delle categorie più colpite dalle aggressioni da parte degli utenti – mentre le competenze su come operare su una persona in stato di alterazione psichica dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) averle i sanitari.
In questo caso, però, l’equipaggio dell’ambulanza non era composto da professionisti sanitari (infermieri o medici) ma da semplici soccorritori che hanno competenze di primo soccorso ma che non hanno un titolo di studio abilitante alla professione sanitaria. Di conseguenza, probabilmente, non avevano le competenze necessarie per quel genere di casistica.
La seconda riflessione è: quali competenze hanno gli operatori di polizia per individuare a cosa è dovuto lo stato di disagio dei soggetti con cui devono trattare e come intervenire in tali casi?
I corsi di istruzione prevedono tecniche di immobilizzazione e di difesa personale ma non è prevista la formazione per riconoscere le cause dello stato di alterazione (se dovuta a patologie, all’assunzione di sostanze o altro) né tanto meno come approcciare le persone che versano in tali condizioni. In poche parole, quando ci trova in queste situazioni, “ci si arrangia”. A volte è utile l’esperienza, altre volte l’empatia che si riesce a creare con la persona con cui si tratta, altre volte il buon senso, ecc. Ma sono tutte doti personali perché non esiste una formazione specifica per gli interventi con le persone in stato di alterazione psichica.
La terza riflessione è: poiché non si è trattato di un intervento di pericolo immediato – gli operatori hanno colloquiato con la vittima per oltre trenta minuti - per quale motivo non è stato fatto intervenire personale più qualificato, sia dal punto di vista sanitario che dal punto di vista delle competenze ed esperienza di polizia, considerato che si trattava di una domenica mattina di luglio con la città semivuota, molti esercizi commerciali, banche, uffici postali chiusi e quindi molto probabilmente era possibile utilizzare anche altre risorse oltre a quelle già presenti sul luogo dei fatti?
È stato lasciato tutto nelle mani di operatori non esperti e non formati (i due poliziotti erano entrambi molto giovani e gli operatori sanitari avevano competenze limitate) e quindi, a mio avviso, c’è stata una responsabilità anche da parte di chi coordinava questi operatori nella città.
Per evitare che ciò possa accadere di nuovo, piuttosto che fare processi sommari con condanne o assoluzioni preventive senza conoscere l’esatto svolgimento dei fatti, sarebbe più opportuno pensare, come ha proposto l’assessora del comune di Bologna Matilde Madrid, ad una formazione congiunta che veda coinvolti operatori sociali, sanitari, delle forze dell’ordine compresa la polizia locale, per creare dei protocolli di intervento che prevedano per ognuno come comportarsi in queste occasioni riducendo il rischio per la salute delle vittime e le eventuali ricadute dal punto di vista giudiziario per gli operatori.

 

 

Pierluigi leri

Segretario generale SILP CGIL Emilia Romagna

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